Dungeons and … Draghi

Le recenti dichiarazioni di Mario Draghi hanno scatenato una ridda di reazioni contrastanti sulla stampa e fra gli internauti.
  • Da un lato c’è chi proprio non ne vuole sapere sostenendo che la proposta nasconda intenzioni di carattere totalitario ed inaccettabili limitazioni alla sovranità; 
  • dall’altro c’è chi sostiene che, preso atto della incapacità manifesta che la classe dirigente (politica ma non solo) del Paese ha dimostrato negli ultimi vent’anni nel proseguire sulla strada delle riforme strutturali vedrebbe di buon occhio l’intervento risolutore del demiurgo importato dall’estero o preso al di fuori dal primo girone dell’agone politico e gettato nella mischia;
  • altri ancora sostengono che questo alibi del novello Cincinnato e’ stata troppo spesso poi strumentalizzata dalla classe politica per addossarvi i propri fallimenti e ripresentarsi come nulla fosse alla scadenza elettorale successiva con la solita faccia di bronzo con le solite promesse elettorali. 
Coloro i quali, come il redattore di questo articolo, qualche anno fa sarebbero stati in principio favorevoli all’idea di un “commissariamento” del Paese, sono diventati molto più cauti dopo un paio di “governi tecnici” miseramente falliti e pregano in cuor loro che governo ed opposizione siano messi di fronte al proprio fallimento (il governo per essersi arenato e non aver compiuto gli interventi strutturali auspicati; l’opposizione per non essere riuscita a far passare ricette alternative credibili), sperando un po’ ingenuamente che forse a quel punto anche l’elettorato non crederà alle stesse facce quando si ripresenteranno passata la buriana.

E’ pur vero che l’attuale sistema istituzionale consente allegramente al governo di rimpallare le sue responsabilità con il parlamento e che le riforme istituzionali approvate sino ad ora non cambiano di una virgola questo aspetto del problema; nessun leader sano di mente vorrebbe rinunciare ad un comodo alibi per i propri fallimenti e che nessun parlamentare rinuncerebbe al proprio potere di contrattazione (leggi ricatto). Allo stesso tempo altri osservatori ritengono che proprio un effetto collaterale (certamente inconsapevole) di un Senato non elettivo potrebbe essere quello di indebolire questo classico gioco a rimpiattino.

Tornando alle dichiarazioni di Draghi, da un punto di vista sostanziale possiamo affermare convintamente che il suo auspicio non trova riscontro ne’ nella lettera ne’ nello spirito dei Trattati.

Sarebbe pero’ un errore liquidare la questione con sufficienza e ridurla ad un “wishful thinking” del Signor Nessuno; a proferire l’auspicio e’ stato nientemeno che il presidente della BCE (italiano, fra l’altro) quindi si presume che prima di pronunciarlo abbia accuratamente ponderato il tenore del suo intervento e non l’abbia detto a caso, indicando con le sue parole una linea di tendenza auspicata da certi ambienti.

A nostro modesto avviso, l’intervento di Draghi fa parte di una strategia di “sensibilizzazione”, una azione tramite la quale si gettano sassolini nello stagno, in modo che le onde siano amplificate ed aiutino a preparare il terreno per un cambio di paradigma, visto che su questi punti non c’è assolutamente unanimità di opinioni ne’ fra gli Stati ne’ all’interno di essi. E’ evidente che certi paesi, gelosi ed orgogliosi delle proprie specificità non possano certo aderire a cuor leggero ad una ulteriore riduzione delle loro prerogative (spesso per ragioni poco nobili).

Possiamo quindi immaginare che, non consentono i Trattati l’applicazione del … “lodo Draghi” al tema delle riforme strutturali, la strategia dell’area di riferimento del Governatore sia questa: si comincia a spargere il seme del dubbio ed al prossimo round di negoziazione per i nuovi trattati (che prima o poi saranno certamente riformati) si instilla questo principio tra le centinaia di articoli del nuovo “covenant” nei quali si perderà finché qualcuno non deciderà di utilizzarlo. 

A scanso di equivoci va indicato senza ambiguità che chi vi scrive e’ un federalista convinto ed in quanto tale in favore del superamento degli stati nazionali, ma solo dietro specifiche condizioni che sono già state esternate in più di una occasione su queste pagine (es. vera costituzione chiara e comprensibile, reale cittadinanza europea, trasparenza del processo democratico, semplificazione della macchina burocratica, razionalizzazione delle competenze, principio sussidiarietà come cardine del futuro assetto istituzionale, …). Allo stato attuale, ne siamo ben lontani quindi crediamo che mai e poi mai vadano firmate cambiali in bianco con Commissione, BCE o chicchessia. 
Presumibilmente il compromesso che si troverà (ma qui stiamo abusando della palla di vetro e lanciandoci nella dietrologia) sarà fissare una serie di parametri oggettivi (es. evoluzione del PIL, debito, etc) un po’ sulla scia tracciata dal patto di stabilita’ e crescita che faranno scattare alcune misure di carattere coercitivo, secondo lo stesso schema utilizzato attualmente per alcune questioni di competenza comunitaria nelle quali si stabilisce che dopo una serie di raccomandazioni e decisioni, la Commissione può imporre misure correttive (Decisione 1999/468/EC).
Qui la questione di fondo, molto seria e’ un’altra: cosa si fa quando la classe dirigente (politica ma non solo) ha dimostrato quella “incapacità manifesta”, già ricordata in apertura di questo articolo, nel proseguire sulla strada delle riforme strutturali (e non parlo della pagliacciata della riforma del Senato)? Il massimo che possiamo fare allo stato attuale e’ esternare le nostre perplessità agli organi decisionali, rispetto ai quali siamo francamente molto scettici e disillusi, come del resto un po’ tutti i lettori di questo blog.

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