Sulla concezione dell’opt-out individuale rispetto al finanziamento dei servizi pubblici

Uno dei temi caldi di questo scorcio di inizio millennio continua ad essere quello, ormai “pluricentennale” per la verità, della relazione fra stato ed individuo. 
Più nello specifico: e’ concepibile che la relazione contrattualistica fra Stato e cittadino possa spingersi fino alla contrattazione minuta della contribuzione di quest’ultimo alla spesa pubblica, scegliendo di non contribuire (e quindi di non usufruire) di determinati servizi pubblici (ad esempio scuola, servizio sanitario nazionale, etc)?
 
Se da un punto di vista puramente teorico l’ipotesi non solo e’ suggestiva ma appare anche tecnicamente fattibile, da un punto di vista pratico essa si presta ad alcuni distinguo, cautele e richiede una approfondita analisi e ripensamento dell’essenza stessa della funzione e dell’essenza statuale.
In estrema sintesi, i termini della questione, sui quali e’ necessaria una discussione sono i seguenti:
  1. Un generale consenso sociale su quali debbano essere i “servizi” di base che lo Stato per sua natura e’ chiamato ad assicurare (direttamente o tramite servizi in concessione) ai cittadini;
  2. Quale deve essere il livello e la qualità di servizio di base che andrebbe assicurata -> livello generale della spesa pubblica ed accordo sul livello “ragionevole” di tassazione individuale, vale a dire quello che consenta l’espletamento dei servizi “di base” senza essere percepito come “vessatorio”.
  3. Chi e come deve finanziare detti servizi attraverso la tassazione generale più una quota per l’utilizzatore che se lo può permettere -> fissazione delle politiche redistributive
Anche solo per iniziare a discutere di tutto ciò, prerequisito fondamentale e’ che esista un sistema di governo efficiente e che la spesa pubblica sia sotto stretto controllo e le politiche redistributive di cui sopra non siano utilizzate come elargizioni per fini di controllo politico / elettorale. Potremmo anche fermarci qui, visto che questa precondizione si configura come una mera utopia, nel quadro contemporaneo della vita politica ed istituzionale italiana e non solo, ma andiamo avanti.
Riguardo al punto (1) di cui sopra, un elenco non esaustivo e che richiederebbe per ogni singolo punto una lunga discussione, che non e’ possibile effettuare in questa sede, includerebbe:
  • difesa e pubblica sicurezza;
  • amministrazione generale dello stato;
  • mantenimento degli organi elettivi dello stato (costo della politica);
  • servizio sanitario di base;
  • lavori pubblici di interesse nazionale;
  • competenza (primaria o residuale) su istruzione, università, ricerca scientifica.
Passando al punto (2) un servizio può costare praticamente da zero ad infinito, a seconda della qualità desiderata. Chiunque consulti le posizioni consolidate di CSV su alcuni temi politici, economici e sociali, potrebbe constatare che vi sia una generale tendenza verso quello che alcuni definiscono come “stato minimo”; allo stesso tempo affermiamo anche che quel “minimo”, che deve essere comunque della misura  buona qualità, va garantito a tutti i cittadini.
Il mantenere il livello di tassazione “ragionevole” consentirebbe al cittadino di utilizzare il surplus di reddito e farci quello che vuole … cercare servizi diversi (e si spera migliori) di quelli pubblici (che comunque stara’ pagando per mantenere il livello di base) o spenderlo altrimenti, accontentandosi di quello che passa il convento (in questo caso, lo “stato” nelle sue varie manifestazioni), vale a dire i servizi di base uguali per tutti. Non molto diverso da quanto succede oggi, ma con in più l’elemento “efficientista” del “buon governo”.
In questo senso, sembra banale ma va posto in termini molto chiari che e’ semplicemente utopistico e non ha alcun senso pensare che tutti possano poi accedere a servizi di livello superiore … ci sarà sempre qualcuno con un reddito disponibile maggiore che potrà permettersi quello “placcato d’oro” … magari andrà a farsi curare in un ospedale migliore o manderà i figli in una scuola più prestigiosa o altro … e ciò non porterebbe certamente fine all’attuale invidia / risentimento sociale.
Se e’ vero che non ci piace ne’ lo stato socialista ne’ il darwinismo sociale portato all’estremo in quanto raramente meritocratico e spesso di tipo oligarchico, non vorremmo poi trovarci nella situazione di dover ascoltare le prevedibili lagne di quanti, predicando ora un individualismo spinto, poi si lamenteranno quando certi servizi non potranno permetterseli.
Banalizzando il concetto, non tutti possiam
o girare in Rolls Royce, qualcuno deve accontentarsi del tram; una volta che ci si mette d’accordo su quale sia il servizio minimo garantito a tutti, attraverso un rinnovato “contratto sociale”, ad esso dovranno contribuire, in diversa misura sia il “riccone” in Rolls sia, nel suo piccolo, il “poveraccio” che va in tram.

Certo, banale, ma consideriamo anche che la spinta ad un “ritiro” dello Stato dalle sue competenze verso la ricerca di una maggiore efficienza nella spesa pubblica non sono ne’ il primo (il magnate), che ha a sua disposizione i mezzi per mantenere il suo livello di vita indipendentemente dal livello di tassazione (e non entriamo in questa sede sugli strumenti, che possono essere di tipo più o meno legale) ne’ il secondo (il “poveraccio”), che ad ogni modo ha un livello di tassazione già talmente basso che anche i quattro soldi extra non gli consentirebbero di accedere ad alcunché al di fuori del trattamento di “base” ed ha quindi tutto l’interesse a mantenere lo status quo (salvo poi lamentarsi, ma questo e’ lo sport nazionale).

La vera spinta al rinnovamento arriva invece dalla “opinione pubblica” ragionevole, cioè dalle cosiddette “classi medie”; da quel tizio che non e’ più l’omino sul bus di Clapham” reso immortale dall’analisi di W.Bagehot nel XIX secolo vittoriano e neppure la paradigmatica “casalinga di Voghera” dei talk show televisivi … oggi la classe media, profondamente in crisi di identità e di prospettive, e’ rappresentata efficacemente dal tizio che gira magari in BMW serie 3 ma prenderebbe una serie 5 se non dovesse finanziare la linea del tram e quindi si lamenta continuamente dello “stato ladro”. 
Piaccia o non piaccia, questo tipo di ragionamento “utilitaristico” e’ quello che guida la discussione sulle riforme strutturali sulla forma di stato … ma a volte si tende a dimenticare, persi nei massimi sistemi, che la chiave e’ molto più banale (in apparenza) e sta tutta nella gestione assennata della cosa pubblica e nell’efficienza della spesa. Banale ma tremendamente difficile, visto che in gioco ci sono valori culturali ed “antropologici” difficili da scardinare e che richiederebbero un esercizio di ingegneria sociale dalle conseguenze imprevedibili e che potrebbe causare ancora più problemi di quelli che andrebbe a risolvere.
Ora, noi di CSV siamo sospesi tra l’incudine ed il martello … tra il rischio di essere chiamati “statalisti” dagli ultras dello smantellamento del contratto sociale vigente e quello di essere additati come “ultraliberisti” dai fautori della conservazione ad ogni costo.
Una cosa dovrebbe essere tenuta a mente da entrambi … lo stato esiste, piaccia o non piaccia; esso richiede un obolo per il suo funzionamento (anche il Cile di Pinochet e dei “Chicago boys”), che va posto al livello più basso ragionevolmente possibile ma senza escludere nessuno, mirando ove possibile a soddisfare la pia utopia di una sostanziale equilibrio delle condizioni di partenza.
Alcune di queste macchine statali funzionano “accettabilmente male“, altre “inaccettabilmente malissimo“, ma allo stato attuale, anche solo pensare ad una società “a la carte” dove individualmente si possa prendere solo quello che ci aggrada e rifiutare tutto il resto e’ pura, ancorché suggestiva, fantapolitica.  E non siamo neppure sicuri che tutti gli accaniti proponenti abbiano sufficientemente ponderato l’impatto di tale scenario sulle loro situazioni individuali.
 
Alla fine della fiera, occorre sempre tenere presente il “caveat” che abbiamo introdotto precedentemente: nessuna soluzione, anche la più elegantemente concepita può prescindere da una “rivoluzione cultural / antropologica” (non siamo maoisti, n.d.r.) che consideri intimamente giusto e desiderabile da parte di popolazione e classe dirigente l’addivenire ad un sistema di governo efficiente, nel quale la spesa pubblica sia sotto stretto controllo e soprattutto, nel quale le politiche redistributive non siano utilizzate come elargizioni per fini di controllo politico / elettorale. Ritorno al futuro?
 
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