Il famigerato Transatlantic Trade and Investment Partnership (TTIP) non e’ il solo trattato commerciale di importanza capitale in corso di negoziazione da parte della UE. Ve ne sono almeno altri due, ed entrambi, per ragioni diverse, stanno incontrando un cammino ad ostacoli.
  1. Il CETA, il trattato commerciale con il Canada del giovane premier Trudeau, ultimo rampollo di una dinastia politica che ha attraversato immarcescibile i decenni nel grande paese nordamericano;
  2. il trattato commerciale con il MERCOSUR, la “comunità economica” dell’America meridionale che comprende Argentina, Brasile, Uruguay, Paraguay e Venezuela.
Nel primo caso, ad opporsi alla ratifica del trattato, concluso già nel 2014, sono Bulgaria e Romania che protestano per il fatto che Ottawa non voglia liberalizzare i visti di ingresso nel paese per i cittadini di questi due stati membri, nonostante le rassicurazioni fornite da tempo in tal senso.
Nel secondo caso, ad inquietarsi per la riapertura delle discussioni, in stallo da 12 anni ma in procinto di essere riattivate viste le difficoltà del settore agricolo in conseguenza dell’embargo russo e dal raffreddamento della crescita cinese, sono gli agricoltori e gli allevatori europei, che puntano il dito sul fatto che il MERCOSUR sia un mercato unico solo di nome e sulle pratiche non ammesse in Europa ma legali in loco (es. gli ormoni nella carne) e vorrebbero restrizioni sui prodotti “sensibili”.
Come per il più noto TTIP, anche in questi due casi si pongono alcune questioni pratiche e di principio fondamentali:
  • E’ concepibile che un trattato ritenuto unanimemente vantaggioso da tutti sia bloccato da interessi particolari di due stati membri per questioni che nulla hanno a che fare con la materia del trattato stesso, nuocendo in questo modo agli interessi di tutta l’economia comunitaria? Non dimentichiamo che la Turchia sta agendo sulla stessa leva: liberalizzazione dei visti per i suoi cittadini in cambio del trattato.
  • Da più parti si predica una “terza via” per l’Europa, autonoma dai destini dell’alleato statunitense, che guardi ai “BRICS” ma poi ci si scontra con questioni molto serie e concrete come quelle sollevate in merito all’accordo con il MERCOSUR;
  • E’ accettabile che il prezzo del “protezionismo” e delle barriere commerciali (e non), dai quali traggono linfa i monopoli nostrani, sia pagato sempre e soltanto dal consumatore finale?
  • Come si può quadrare il cerchio della tutela della salute con la convenienza economica, senza che la prima sia utilizzata strumentalmente come grimaldello negoziale per perpetuare rendite di posizione?
Le reazioni emotive e sguaiate all’accordo sull’olio tunisino delle quali abbiamo dato conto nei mesi scorsi, l’annosa questione delle filiere, il “km zero“, le varie formule che vogliono dire tutto e nulla rendono chiaro che la libertà commerciale non e’ in se un fine, ma un mezzo per stabilire la chiave di volta che coniughi:
  • qualità e sicurezza dei prodotti; 
  • concorrenza e lotta ai monopoli;
  • mantenimento di produzioni di rilevanza etno-socio-culturare; 
  • sostenibilità ambientale; 
  • costi accettabili
E questa “chiave di volta” sta nella sensibilizzazione del consumatore finale, che necessita di informazione adeguata affinché possa compiere una scelta razionalmente conveniente e pagarne poi le conseguenze in termini individuali.
Cio’ non va inteso come mero paternalismo, ma come dovere degli organi politico-istituzionale di ampliare al massimo l’universo delle possibilità, coniugando libertà e responsabilità individuale che si traducono poi in effetti (benefici, neutri o negativi) per la collettività nel suo insieme. 

Aggiungi un commento