REGNO UNITO, ANNO ZERO. RIFLESSIONI “A CALDO” NEL DOPO-BREXIT

– di Massimo Bernacconi –

Mesi fa, all’indomani dell’indizione del referendum sull’uscita del Regno Unito dalla UE, avevamo chiaramente espresso una politica di “non intervento” negli affari interni britannici, ed io personalmente avevo nettamente escluso la possibilità di una uscita. 

Mi sbagliavo.
  • Avevo considerato l’elettore medio suddito di Sua Maestà Britannica come un “essere razionale”, che comprendesse che la posizione della “perfida Albione” nell’Unione fosse la più “comoda” possibile (fuori da Schengen, fuori dall’Euro, con una lista di “opt outs” nei trattati o nei regolamenti che sarebbe più semplice elencare quali si applicassero ad essa);
  • Avevo considerato che l’allarme della piazza finanziaria e del mondo imprenditoriale in genere avrebbe prodotto un campanello d’allarme rispetto ai rischi di una uscita dal mercato comune;
  • Avevo considerato che Cameron, dopo aver dato seguito alle sue promesse pre-elettorali e giocato la carta di “scavalcare a destra” gli euroscettici concedendo il referendum salvo fare campagna per il “Remain”, avrebbe convinto l’elettorato “d’ordine”;
  • Avevo sopravvalutato il successo ottenuto da Cameron nel compromesso con Bruxelles, che era il meglio che avrebbe potuto ottenere ed il massimo che gli altri stati membri potevano concedere senza intaccare i fondamentali dell’Unione.
Mi sbagliavo. O, almeno, avevo interpretato che il pensiero “dominante” nel paese fosse quello della città di Londra o della Scozia, dove il “Remain” ha prevalso.
Ora, che succederà nei prossimi mesi, quale sarà l’impatto del voto e gli scenari politici interni ed internazionali?
  1. Cameron ha perduto la sua scommessa, esce indebolito e potrebbe dimettersi, nonostante i “giovani turchi” Boris Johnson e Michael Gove lo abbiano invitato a restare (certo, nessuno vorrebbe ora essere al suo posto, visto che bisognerà gestire la transizione);
  2. Il voto ha dimostrato l’irrilevanza politica di Laburisti e LibDems, che hanno fatto una campagna per il “Remain” nel primo caso poco convinta, nel secondo caso poco convincente;
  3. La Scozia, che ha votato massicciamente per il “remain”, molto probabilmente riproporrà i suoi propositi secessionisti ed applicare per l’accessione alla UE, come ha ribadito il primo ministro scozzese Nicola Sturgeon;
  4. L’uscita condurrà alla fine politica di Farage e del suo movimento, non avendo ora più alcuna ragione di esistere e perdendo in tal modo il diritto di tribuna a Bruxelles;
  5. I movimenti euroscettici, eurofobici negli altri paesi UE ne usciranno rafforzati e si potrebbe verificare un effetto domino, cominciando da Danimarca e paesi scandinavi, dalle conseguenze imprevedibili;
  6. Il bilancio della UE diminuirà di una porzione importante. UK e’ il secondo contribuente netto (differenza fra soldi versati e soldi ricevuti) dopo la Germania, con circa 11% del totale. E sarebbe ben più alta se nel 1984 Bruxelles non avesse già concesso un sostanzioso ribasso annuale al governo di M. Thatcher, dimostratasi all’epoca ben più responsabile di Cameron, avendo incassato un successo senza andarsi ad impelagare in referendum dall’esito incerto.  Nel 2015 ha versato alle casse comuni un contributo netto di circa 8.5 miliardi di Sterline), con conseguenze importanti sul finanziamento di progetti e del funzionamento dell’amministrazione comunitaria. 
Si prospetta un futuro non semplice per il Primo Ministro britannico (Cameron o chi lo sostituirà), per i suoi omologhi dei paesi (ancora) membri dell’Unione, per i funzionari della Commissione e delle agenzie comunitarie, per il personale comunitario di passaporto britannico. La transizione si annuncia lunga, complessa e per alcuni certamente dolorosa. Sul fronte interno, l’impatto sulla sterlina e la reazione della “city” pongono pesanti interrogativi sull’immediato futuro.
Per chiudere con una speranza positiva … dal 1973 UK ha avuto la tendenza a considerare l’Unione come la carta di un ristorante … si sceglie ciò che ci fa comodo e si tralascia il resto … hanno potuto fare più o meno come loro pareva dentro la UE ed ora continueranno a farlo fuori dalla UE. L’uscita ha fatto cadere un tabù: chi non e’ contento se ne può uscire … l’allargamento abnorme e mal gestito, che ha contribuito alla paralisi delle istituzioni ed alla mancanza completa di visione strategica, non e’ senza ritorno.
Si potrebbe quindi sperare che chi ha voglia di andarsene, lo faccia, e si possa finalmente cercare di ricominciare in pace con chi invece abbia voglia di stare insieme e consapevolezza che senza una decisa svolta federalista il progetto europeo sarà morto e sepolto prima di quanto si potesse immaginare qualche anno fa. 

Aggiungi un commento