ALCUNI DATI INTERESSANTI MA NON ABBASTANZA EVIDENZIATI DAI MEDIA SULLE ELEZIONI PRESIDENZIALI USA

All’indomani dello “choc” (per quelli che nei mesi scorsi hanno dormito, non hanno visto o non hanno voluto vedere) successo del controverso Donald Trump, vale la pena di compiere una riflessione più approfondita sul risultato elettorale, che vada al di la’ del becero semplificazionismo che vede contrapposti i “catastrofisti” agli entusiasti sostenitori del “cambiamento” (???) rappresentato dal neo-presidente.
A questo proposito, abbiamo dato conto nelle settimane scorse che la corsa Trump vs Hillary ed il miraggio del bipartitismo fosse in realtà una pietosa mistificazione dei mezzi di (dis)informazione di massa locali ed internazionali, che hanno omesso di considerare anche gli altri candidati in lizza (il c.d. “terzo partito“) nel corso della rivoltante campagna elettorale e la (conseguente) fortissima percentuale degli astenuti.

Alcuni dati che abbiamo preso velocemente online per introdurre il tema di discussione

  1. Astensione: hanno votato meno del 52% degli aventi diritto, pari a circa 128milioni su del corpo elettorale di circa 241 milioni (di cui circa 200 si erano registrati per votare). Il dato e’ più basso non solo di quello record del 2008, quando “l’effetto Obama” mobilito’ schiere di votanti, ma anche di quello del 2012 quando la luna di miele era già ormai tramontata. Si conferma quindi una tendenza al declino che e’ iniziata ormai dagli anni ’50 del secolo scorso, che evidenzia quindi stanchezza, sfiducia ed il sentimento di dover partecipare ad un esercizio plebiscitario, dovendo scegliere fra due candidati dei quali non si condividono le idee (e non avendo forse ne’ conoscenza ne’ convinzione ne’ motivazione per votare il “terzo partito”). Abbiamo sempre sostenuto che il diritto di astenersi e’ uno dei cardini della cosiddetta “liberaldemocrazia” compiuta, ma e’ anche vero che quando essa continua nel tempo essa indica un fallimento del sistema politico nel produrre “alternative” percorribili che restituiscano fiducia nel processo democratico ed invoglino la “partecipazione” popolare, che il mero astensionismo fine a se stesso non contribuisce a formare se non attraverso un difficile esercizio di “astensionismo attivo” che presuppone un elettorato maturo, interessato alla “cosa pubblica” e non disponibile a votare “il meno peggio”.
  2. L’elettorato del “terzo partito, vale a dire l’insieme di tutte le forze che non siano i due oligopolisti (Repubblicani e Democratici) che puntualmente ad ogni elezione si spartiscono le “spoglie“, ha raccolto circa il 5% dei voti, vale a dire quasi 6 milioni di elettori che non si riconoscono nei due “cartelli” elettorali, che sarebbe meglio chiamare “comitati d’affari”.
Fonte
In USA queste realtà divise e disorganizzate (astensionisti più o meno attivi e “non conformisti” del “terzo partito”) rappresentano una (corposa) minoranza, dispersa e spesso legata a visioni discutibili del mondo, dell’uomo e delle storia (ma di certo non peggiore di vari esponenti di primo piano dei due principali contendenti).
La situazione europea e’ molto diversa, in quanto gli “spazi” politici sono stati occupati da una serie di personaggi, spesso coscientemente “mediatizzati” visto che la loro estrosità “tirano su gli ascolti”, i “squatters elettorali” onnipresenti alle trasmissioni di intrattenimento e che hanno nei fatti bloccato la possibilità di costruire una alternativa di governo credibile (ed evitiamo di fare nomi e cognomi, onde evitare scatenare cagnare da parte dei rispettivi “partigiani”).  Ci rimangono quindi sono gli “astensionisti attivi” sui quali sperare per “dare una scossa” al sistema inceppato.
Da essi si deve e si può partire per costituire una base da plasmare per ripartire e proporre un’alternativa credibile e non congreghe folcloristiche, stimolando quella partecipazione di base che sola può assicurare un futuro al sistema di democrazia rappresentativa come lo conosciamo. 
Esso e’ arrivato al limite della formula, alla “oclocrazia” ed ai demagoghi, alcuni ben riconoscibili e quindi non pericolosi, altri in incognito sotto le rassicuranti vesti di politici “responsabili” e “razionali”, che spesso nascondono invece inconfessabili compromissioni con il sottobosco finanziario-malavitoso che e’ il vero “king-maker” (o il “puparo”), che dir si voglia … 

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