IL PATTO GENTILONI – 2.0

da Giolitti a Mattarella corsi / ricorsi storici e vittoria definitiva Democrazia Cristiana

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Sono trascorsi oltre 100 anni dall’omonimo patto fra Giolitti ed i cattolici rappresentati da Vincenzo Ottorino Gentiloni, che riporto’ questi ultimi al centro della scena politica italiana dopo lo hiatus che durava dalla breccia di Porta Pia.

Per una curiosa ironia della storia, il nome “Gentiloni” si ripete; l’incarico al ministro degli esteri del governo Renzi Paolo Gentiloni (imparentato col Vincenzo Ottorino di cui sopra) da parte di Mattarella rappresenta il definitivo trionfo dello scudo crociato, avvicinando la definitiva chiusura della cosiddetta “seconda repubblica”, sorta tumultuosamente e con grandi speranze come un fiore dalla sterco della prima repubblica travolta da tangentopoli, per poi ripiegarsi miserevolmente su se stessa in un disordinato miscuglio di notabilato politico e comitati d’affari che scimmiottavano i partiti politici di massa e le loro ideologie.

Gli alfieri più esagitati di #iovotoNO al referendum costituzionale che ha segnato il suicidio politico di Matteo Renzi ora non si lamentino troppo … davvero credevano che le dimissioni del fiorentino fossero condizione sufficiente per andare ad elezioni? Essi dovrebbero sapere che la Costituzione della quale si sono erti instancabili difensori prevede proprio questo percorso istituzionale per il conferimento del nuovo incarico, che necessita solamente di fiducia parlamentare e non di approvazione popolar-plebiscitaria (i recenti casi Monti, Letta e lo stesso Renzi dovrebbero ricordarglielo).

Chiusa questa parentesi polemica (non che gli oltranzisti di #bastaunSI fossero meno “de coccio”, intendiamoci … ed hanno pure perso …), dovremmo chiederci se non sia il caso di fare una riflessione: 
preso atto che le parole d’ordine “alternanza, maggioritario, governabilità” hanno ben poco senso nel nostro paese, dove la legittimazione politica segue ben altri canali … non sarebbe meglio scollegare il “diritto di tribuna” proprio della rappresentanza parlamentare da quello dell’effettivo esercizio dell’azione di governo

In parole povere … consentire a tutte le formazioni una libera espressione delle proprie idee in sede parlamentare (ad esempio con l’adozione di un sistema elettorale che preveda proporzionale puro senza soglia di sbarramento e collegio unico nazionale) ed un “capo del governoeletto direttamente dal cosiddetto popolo a suffragio universale con ampia potestà legislativa su alcuni e precisamente enumerati temi, sfiduciabile solo con maggioranza qualificata dal parlamento (monocamerale) che in questo caso sarebbe immediatamente sciolto, con il PdR che vedrebbe ridotta la propria funzione a puro ruolo di garanzia tramite l’ultima parola sulle leggi (ad esempio, chiedendo una pronuncia del parlamento su un provvedimento del governo o bocciandolo per vizio di costituzionalità, etc)?

Concetti ancora in divenire, ma che forse si applicherebbero meglio al nostro paese, che non e’ riuscito finora a tradurre in pratica le buone intenzioni emerse dalla tempesta politico-istituzionale di oltre un ventennio fa … 



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