RIFORMA DELLA UE: NON GETTIAMO IL BAMBINO CON L’ACQUA SPORCA

In questi giorni d’autunno si nota un certo attivismo fra i leader europei sul fronte del futuro dell’Unione. Ha iniziato il presidente francese Macron, con il suo discorso alla Sorbona del 27 settembre per una Europa “sovrana, unita e democratica“; ha rilanciato il presidente del consiglio UE Tusk, nella sua lettera ai leaders europei  alla vigilia della riunione del Consiglio a 27+1 del 18 e 19 Ottobre a Bruxelles. 
Certamente e’ positiva la presa di coscienza che occorre coraggio per uscire dalla stagnazione (e prima ancora, il coraggio di riconoscere che questa stagnazione del progetto europeo esista, uscendo dalla continua ossessione del marketing comunitario ove tutto debba essere venduto come un “successo”), ma le proposte vanno nella giusta direzione?
Su questo occorrerebbe discutere. Se e’ vero che l’Europa a due o più velocità e’ un fatto ormai da molti anni e tanto vale prenderne atto, qualche distinguo e’ necessario fare su ruolo futuro della Commissione Europea e centralità degli Stati Membri nel nuovo assetto di potere.
Per quanto riguarda la Commissione, da molto tempo ormai si e’ verificato il cambiamento da fucina di idee a semplice “legificio” e gestore di progetti (distributore di soldi). L’espansione delle competenze vere e presunte non e’ stato accompagnato da due fattori fondamentali:
  • un sentimento d’accordo diffuso degli stati membri rispetto a queste nuove competenze, con un tensione di fondo diffusa che porta ogni progetto di riforma ad un faticoso percorso legislativo e di messa in atto che risulta molte volte annacquato ed ambiguo, scontentando un po’ tutti;
  • la mancanza di una vera riorganizzazione interna delle competenze, di ruoli e delle carriere, che ha portato frustrazione nel personale e la trasformazione dell’amministrazione comunitaria da un pool di esperti di primo piano ad un elefante burocratico che ha perso il senso della propria missione.
In tutto questo, la contraddizione (o meglio, la non chiarezza) del messaggio politico, esacerbata dall’allargamento del 2004 ed unita alla consapevole scelta “al ribasso” rispetto ai “top jobs” europei (i “dream teams” delle ultime stagioni Barroso/Ashton/Van Rumpoy e Juncker/Mogherini/Tusk parlano da soli), non hanno fatto che aumentare la confusione. In questo contesto, la riduzione del budget comunitario del post-Brexit potrebbe essere un buon “casus belli” per procedere in tal senso.
In questo senso, la tentazione (palpabile nei corridoi di Bruxelles che questo sia il messaggio fra le righe) di procedere ad un rafforzamento del “centralismo” degli Stati (il Consiglio), con una riduzione dello spazio per la Commissione ed un ruolo puramente “di tribuna” per il Parlamento, non e’ la strada giusta. 
Se apprezzabile appare la spinta di Macron per liste transnazionali, questo certamente non può funzionare pienamente senza l’affermarsi di una “società civile europea“, che un ritorno a nazionalismi, localismi e “sovranismi” vari non agevola di certo.
Che fare allora? Ripartire dai capisaldi che abbiamo più volte affermato:
Una Europa Federale (gli Stati Uniti d’Europa che suona in questo periodo storico come una pia utopia, purtroppo), accompagnata da un progressivo superamento degli stati nazionali basata sull’affermazione piena del principio di sussidiarietà, secondo la quale al costrutto comunitario spetterebbero tre compiti fondamentali:
  • Politica estera e di difesa
  • Piena realizzazione del mercato interno
  • Moneta.  
Tutte cose sulle quali non ci dilunghiamo in questa sede, ma che oggi facciamo poco o male e che sono invece fondamentali se vogliamo essere un attore credibile negli equilibri globali. 
Solo se questo e’ l’obbiettivo finale allora avranno senso un ruolo più attivo del Consiglio, la salutare sforbiciata alle spese, la sburocratizzazione dell’impianto della Commissione e della miriade di Agenzie che le fanno da contorno.
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