DECRETO DIGNITÀ

Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Diego Massarente

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In questi giorni, le Camere sano discutendo sul primo decreto che il governo dovrebbe varare in merito alle occupazioni.
Il “Decreto Dignità”, cosi si chiama il nuovo provvedimento, che dovrebbe nella teoria abbattere il lavoro precario e dare sicurezza ai nostri giovani, in realtà crea diversi problemi per quanto riguarda i campi di applicazione e non solo, rende difficoltoso qualunque tipo di rapporto tra lavoratori e datori di lavoro.
Entriamo nel merito.
I contratti a termine da 36 mesi passano a 24 e le proroghe passano da 5 a 4. Sembrerebbe una svolta epocale, ma le proroghe dovranno essere giustificate ed avranno un aumento contributivo dello 0,5%. Inoltre, sarà competenza del giudice del lavoro decretare se la proroga è giustificata oppure no. In caso di illegittimità della proroga, le aziende saranno obbligate ad assorbire il lavoratore a tempo indeterminato.
I contratti a termine prevedevano delle causali che, stando alla legge precedente, consistevano nel motivare la necessità di un lavoratore a tempo determinato come per esempio: sostituzione maternità oppure incrementi produttivi previsti in alcuni mesi dell’anno e dovevano essere motivate all’inizio del percorso lavorativo. Ora le causali devono essere elencate dopo il dodicesimo mese di assunzione. La teoria dice “ se hai bisogno di un lavoratore, 12 mesi sono più che sufficienti per poter decidere se assumerlo o no, quindi è inutile specificare il motivo dell’assunzione”.
Uno dei punti caldi del decreto, ovvero quello che dovrebbe far insorgere il sindacato, è e cito: “il contratto a deve avere valenza non superiore ai 24 mesi salvo esigenze temporanee ed oggettive, estranee all’attività di impresa non programmabili”.
Il Decreto, prevede si una stretta al precariato, ma non tiene presente alcuni elementi essenziali.
La difficoltà in Italia nel trovare lavoro è data da:

  1. un divario ancora esistente il Nord ed il Sud della Penisola, sia formativo che occupazionale. Infatti le migrazioni continuano e molti ragazzi partono dal “paesello” e vanno ad esempio a Torino o Milano per studiare nei politecnici o a Padova per studiare medicina.
  2. la concorrenza sui costi del lavoro che non è caratterizzata solo da salari bassi o agevolazioni fiscali forti, ma anche dalla diminuzione delle scorte di magazzini. Ora le aziende lavorano sul venduto e le vendite, le affidano a piattaforme multimediali che in quattro e quattr’otto, ci fanno arrivare, grazie ai corrieri, la merce direttamente a casa tagliando costi aggiuntivi di stoccaggio. In parole povere la produzione massiva non serve più.
  3. la crisi economica. 

Questo provvedimento parrebbe più un’imposizione alle assunzioni che potrebbe condannare le aziende ad un fallimento, pertanto, la realtà è molto più complessa, quindi non si può utilizzare una soluzione così semplicistica.
Il lavoro, come detto prima, oggi si basa sullo scambio di beni e soprattutto servizi e con questo provvedimento a farne le spese saranno le aziende di somministrazione lavoro che nella maggior parte dei casi, sono più efficienti dei centri per l’impiego. I lavoratori che per conto delle agenzie vanno in missione nelle aziende cliente, offrono già un servizio non programmato ed il lavoratore, iscritto presso di loro, sa che il suo contratto e a tempo determinato con possibilità di proroghe. E Le aziende cliente, visto che le assunzioni portano ad un incremento dei costi di gestione, hanno la possibilità di incrementare le risorse umane temporaneamente durante i picchi di produzione. Le tutele che il lavoratore ad interim ha, anche se sappiamo che il “posto fisso” è “l’over the top” delle garanzie, prevedono: maternità, malattie, infortuni e ferie. Inoltre il servizio, punto fondamentale della nostra economia ed ora più che mai al centro delle attività produttive, con un decreto del genere farebbe innanzitutto chiudere le agenzie di somministrazione lavoro con tutti i problemi che scaturisce (perdite di posti di lavoro ecc) e, cosa ancor più grave le aziende correranno ai ripari non assumendo più nessuno.
Già con i contratti in corso si rischia che le aziende anche nel pieno delle attività produttive possano non rinnovarli, anche lì con tutti i problemi annessi e connessi (rallentamento delle consegne e dei servizi).
In Italia ci sono, mal contati tre milioni di contratti a termine e se le fasce di età nei primi anni ‘2000 si aggiravano tra i 18/25 anni, ora si parla di lavoro in somministrazione anche per gli over 40 in crescita. Molti lavoratori over ’60 per raggiungere l’età pensionabile, a causa delle crisi che abbiamo attraversato in questi ultimi anni, sono stati licenziati per fallimenti aziendali o cessate attività, si rivolgono alle agenzie interinali.
Poniamo il caso che molti di loro siano stati assunti nel 2016 con contatto a termine. Per effetto del decreto dovrebbero essere assorbiti a tempo indeterminato, ma se come detto prima, i mercati variano molto più velocemente rispetto a quarant’anni fa, rischierebbero di non venire più riconfermati.
Nel diritto privato, l’imprenditore è colui che gestisce un’attività di produzione di beni, servizi e di scambi a scopo di lucro. Ovviamente se ha dei dipendenti deve assolutamente rispettarne i diritti e le tutele. Ma se imponi ad un’azienda privata delle assunzioni a tempo indeterminato quando la stessa azienda non sa cosa succederà da lì ad un anno, lei si difende. Come? Ed ecco che rientreranno in gioco i voucher, i quali non indicano l’effettivo numero degli occupati, anzi lo sfalsano. Un lavoratore subordinato tramite il suo datore di lavoro comunica le ore che effettua come previsto dai contratti, mentre il voucher indica un numero di ore minimo, quando in realtà se ne lavorano molte di più ed il rapporto di lavoro è extracontrattuale. (Non per niente era stato indetto da CGIL il referendum per l’abolizione, poi avvenuta successivamente tramite trattativa governo/parti sociali).
Il decreto prevede anche l’antidelocalizzazione, con l’imposizione di produrre in Italia se si ha usufruito di agevolazioni per almeno 5 anni. Chi non lo fa oltre a restituire gli aiuti, dovrà pagare una sanzione pari a 4 o 5 volte all’aiuto ricevuto.
A primo acchito potrebbe essere una cosa buona, ma come detto prima, il mercato globale fa si che le aziende vadano dove gli conviene. Un esempio di mercati globali sono le ditte in franchising.
La differenza tra azienda e ditta sta nel chi è effettivamente l’intestatario della partita IVA, quindi se una multinazionale mi fa aprire uno stabilimento, è perché ho offerto delle garanzie sui fatturati e sugli utili. Quindi se chiedo un incentivo sulle assunzioni e poi la “casa madre” decide di spostare lo stabilimento e togliermi la concessione del marchio, chi pagherà le sanzioni? La multinazionale o l’imprenditore? Questo però non è stato spiegato.
Queste argomentazioni è meglio forse tenerle presente prima di gridare quello che qualcuno osa definire “il nuovo miracolo italiano”.
Non possiamo permetterci una politica autarchica semplicemente perché non è economicamente sostenibile neanche per i Paesi con poteri economici molto forti e, se i fatti da qui a poco mi dovessero dare ragione, prepariamoci ad un’emorragia di risorse tale da fari sprofondare in una crisi economico-sociale senza precedenti.
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