LA CHIESA ORTODOSSA UCRAINA, DOPO 332 ANNI SOTTO LA TUTELA DELLA RUSSIA, OTTIENE LA SUA INDIPENDENZA.

CSV . RUSSIA
Giampiero Sambucini
Tra mercoledì e giovedì scorsi il Patriarca Ortodosso di Costantinopoli, Bartolomeo I, ha concesso “l’Autocefalia” alla Chiesa Ortodossa Ucraina, guidata da Filarete, finora soltanto “Autonoma”e soggetta dal 1686 all’Autorità di Kiril I, Patriarca di Mosca e di Tutte le Russie.
A fermarsi qui, la notizia parrebbe di assai scarso interesse, un bizantinismo che, per ragioni che solo loro comprendono, riguarda esclusivamente tre Alti Prelati Ortodossi, peraltro di non primissimo pelo, visto che Bartolomeo si avvia agli ottant’anni, Filarete ai novanta e il “giovane” Kiril ha comunque già festeggiato il settantaduesimo compleanno.
Infatti, della vicenda non ho trovato traccia nell’informazione italiana ed europea, almeno in quella cui internet mi consente di accedere.
Con l’eccezione di Le Monde che, l’11 ottobre appena passato ha dedicato alla questione approfondimenti e considerazioni assolutamente pregevoli, la cui lettura raccomando a chi voglia saperne di più. (https://www.lemonde.fr/…/le-patriarcat-de-constantinople-re…)
Senza nulla voler aggiungere, meno che mai eccepire, potrebbe non essere inutile aggiungere. qualche sommario cenno sui meno vicini antefatti, sulle più lontane ragioni e,contando come al solito sulle informazioni fornite da giornali, telegiornali, amici e conoscenti russi, sul possibile, purtroppo anche probabile degenerare di una vicenda che, non soltanto per dire, viene da lontano e promette di andare ben più lontano dell’arco voltaico politico e religioso che ha acceso tra Istanbul, Kiev e Mosca. 
L’antefatto degli antefatti risale agli albori dell’era cristiana, al periodo che corre dalla conversione di Costantino agli inizi del quarto secolo al Concilio di Calcedonia che, nel 451, affidò la guida della cristianità alla Pentarchia, costituita dai Vescovi/Patriarchi di Roma, di Alessandria, di Antiochia e, ultimi aggiunti dal Concilio stesso, di Costantinopoli e di Gerusalemme.
Non che i Pentarchi siano sempre andati d’accordo e, a parte le dispute teologiche talora non prive di aspri e al caso cruenti risvolti, la principale materia del contendere riguardava la posizione di “primus inter pares”, all’inizio più e meno pacificamente esercitata in nome della “Tradizione Petrina” dal Vescovo di Roma e, dopo il 330 e il trasferimento dalle Capitale dell’Impero da Roma a Bisanzio, per più tangibili e attuali ragione politiche rivendicata dal Patriarca di Costantinopoli. 
Del resto, anche i Padri Conciliari di Calcedonia sapevano bene che l’Impero d’Occidente era agli sgoccioli, mancavano appena 25 anni alla destituzione di Romolo Augustolo, mentre avevano ben presente che la storia della parte orientale dell’Impero era soltanto iniziata e non sarebbe finita tanto presto.
Perciò, seppure senza particolari formalizzazioni, devono aver realisticamente preso atto che, nella Pentarchia, il Patriarca di Costantinopoli, più degli altri vicino al solo Imperatore ancora saldo sul trono e non di rado suo familiare, era ormai diventato obiettivamente “più uguale degli altri”.
Tra alti e bassi, più i secondi che i primi, passarono i secoli, fino alla scomunica recapitata nel 1054 dai legati di Papa Leone IX al Patriarca Michele I Cerulario di Costantinopoli e da costui subito ricambiata con l’anatema lanciato sui messi papali e, per ovvia estensione, sul Papa stesso.
Così consumato lo Scisma d’Oriente, andati a vuoto nei successivi quattro secoli tutti i tentativi di riconciliazione, attorno al Patriarcato di Costantinopoli si raccolsero quelli di Alessandria, Antiochia e Gerusalemme, fino a dare forma e contenuto teologico alla Chiesa Ortodossa, rigorosamente articolata in Chiese Nazionali “tra loro gerarchicamente ordinate” in Autocefale e semplicemente Autonome.
Le une assolutamente indipendenti da ogni altra Autorità Religiosa, le altre tenute a sottoporre le loro più importanti decisioni, a cominciare dall’elezione del rispettivo Patriarca, alla ratifica vincolante del Patriarcato Autocefalo gerarchicamente sovraordinato.
A questo punto entrano in scena gli altri due protagonisti della vicenda dei nostri giorni, l’Ortodossia russa e ucraina.
L’una e l’altra, al momento del Grande Scisma, erano di marginale importanza religiosa perché, seppure la predicazione di Cirillo e Metodio in terre slave risaliva alla seconda metà del 7° secolo, Vladimir di Kiev aveva convertito i “Rus” al cristianesimo da poco più di sessant’anni.
Inoltre, ai tempi dello Scisma d’Oriente già si avvertivano i primi segni del declino a venire del Principato di Kiev, declino al quale i conquistatori dell’Orda d’Oro avrebbero di lì a non moltissimo messo tragicamente fine.
Ma, a circa tre/quattro secoli data dal Grande Scisma, tutto nell’Ortodossia è cambiato. 
Nel 1263 Danil, figlio di Aleksandr Nevskij, diventa Principe di Mosca e, pur dovendo vedersela con Polacchi, Lituani e non ultimi i Tatari dell’Orda d’Oro, comincia a rimettere assieme i pezzi che la fine del Principato di Kiev aveva sparpagliato negli Appannaggi.
Nel 1327 Pietro, Metropolita di Kiev , sposta a Mosca la sua sede e assume il Titolo di Patriarca di Mosca e di Tutte le Russie, ivi compresa, oltre alla Russia Bianca meglio nota come Bielorussia, la “Piccola Russia Ucraina”.
Nel 1380 Dimitrij di Mosca sconfigge l’Orda d’Oro nella battaglia di Kulikovo.
Alla fine di maggio 1453 Maometto II espugna Costantinopoli.
Nei poco più di duecento anni che dividono queste date, l’Autocefalo Patriarcato di Mosca è diventato il punto di riferimento religioso di praticamente l’intera Ortodossia Slava, mentre il Principato di Mosca , caduta Costantinopoli e con lei l’Impero Bizantino, è ormai la principale potenza politica e militare del mondo ortodosso.
Il Patriarca di Costantinopoli, perciò, finisce nelle medesime ambasce del Vescovo di Roma ai tempi del declino dell’Impero d’Occidente, non ha più un Imperatore a garantirgli protezione e privilegi, dagli Ottomani che ne hanno preso il posto può attendersi al più di non essere cacciato, come in effetti non è stato dal momento che la sua sede è tuttora Istanbul, e qualche tolleranza, che in effetti ha avuto, ma certo non garanzie e riconoscimenti spendibili nel resto del mondo ortodosso.
Il Patriarca di Mosca e di Tutte le Russie, invece, in qualche modo e misura condivide l’espansione territoriale e la crescente importanza politica della Grande Russia, unificata da Ivan III il Grande ed estesa da Ivan IV il Terribile, il primo a fregiarsi del Titolo di Zar, oltre gli Urali e fino agli estremi confini della Siberia.
E qui politica e religione si mischiano, il Patriarca di Mosca e di Tutte le Russie, forte del favore dei Principi Moscoviti prima e degli Zar Russi poi, comincia a guardare un po’ dall’alto in basso il collega di Costantinopoli, ormai decaduto a “ospite del Sultano”.
I due cominciano allora a litigare, come tuttora litigano sull’irrisolta questione della “Chiesa Madre”, moralmente e gerarchicamente superiore alle altre, col potere, tra l’altro, di concedere o negare l’Autocefalia alle altre Chiese Ortodosse soltanto Autonome.
Nei secoli successivi la questione è rimasta irrisolta, per cui il Patriarcato di Costantinopoli ha continuato e continua a vantare il Titolo che la Pentarchia gli aveva di fatto riconosciuto”in costanza dell’Impero d’Oriente”, Titolo che, però e sempre di fatto, è stato esercitato anche e spesso soprattutto dal Patriarca di Mosca e di Tutte le Russie.
Ed eccoci al problema che oggi occupa e dovrebbe preoccupare.
L’Autocefalia concessa da Bartolomeo di Costantinopoli a Filarete di Kiev è per ovvie ragioni contestata da Kiril di Mosca e di Tutte le Russie, ognuno lancia sull’altro anatemi che già scuotono e ancor più scuoteranno le quattordici Chiese Autocefale, il centinaio di Chiese Nazionali Autonome, le decine di migliaia di Parrocchie e Monasteri e i milioni di fedeli dell’Ortodossia nei cinque continenti.
A cominciare, naturalmente, da quelle dei Paesi prevalentemente ortodossi, le cui Chiese Nazionali già si stanno schierando dall’uno o dall’altro lato del contendere, ognuna accusando dissensi e conflitti interni che dividono i fedeli e le loro comunità , minando il fondamento stesso dell’Ortodossia, l’unità di ogni Chiesa Nazionale, in Comunione con tutte le altre.
Tanto più che, a quanto sembra, al Patriarca di Costantinopoli la coabitazione nella stessa città con Erdogan, assai meno comprensivo degli antichi Sultani, va sempre più stretta, tanto che, a dar retta alle probabilmente interessate indiscrezioni di stampa, Bartolomeo avrebbe concesso l’Autocefalia a Filarete dietro promessa delle Chiese Ortodosse americana e canadese di fornirgli il denaro necessario a trasferire la sua Sede Patriarcale in Svizzera, naturalmente assieme ai quattrini.
Gossip a parte, in Ucraina tutto è inevitabilmente più serio e pericoloso che altrove.
Innanzitutto perché nel Paese è in corso da anni una “guerra di religione a medio-bassa intensità”, tra Parroci ed Episcopi ucraini e russi che si guardano in cagnesco e aizzano l’uno i propri fedeli contro quelli dell’altro, mentre nelle regioni occidentali già si contano le vittime dei ripetuti assalti armati dei nazionalisti ucraini, in particolare di Pravi Sector e di Azov, a Chiese e Monasteri russi, per cui solo un breve passo sembra dividere scontri dolorosi, ma ancora episodici, dalla guerra di religione vera e propria.
Poi perché, come è ben documentato nell’articolo di Le Monde, i rapporti di forza sul campo non sono affatto chiari, né stabili.
Al momento pare che la maggioranza delle Gerarchie e delle comunità ortodosse ucraine tuttora riconosca la supremazia del Patriarcato di Mosca e di Tutte le Russie, ma è facilmente prevedibile che non piccola parte del Clero e dei fedeli delle regioni centro-occidentali del Paese si schiererà con Filarete, per cui di certo c’è soltanto che questo rimescolamento delle appartenenze e delle coscienze fornirà altra esca, altre truppe, altre vittime ai conflitti di religione prossimi venturi.
Infine e per niente da ultimo, è certo che i fedeli di lingua e cultura russe del Donbas non rinnegheranno il Patriarca di Mosca e di Tutte le Russie, così che su questa frontiera lo scontro religioso si sommerà a quelli militari che da troppi anni lo insanguinano.
Per di più, una volta che su quella frontiera al conflitto militare si aggiunga quello religioso, rimettere assieme le due metà dell’Ucraina diverrà impresa realisticamente impossibile, per cui tanto varrebbe sciogliere il Quartetto di Normandia e liberare dai loro impegni i negoziatori ONU di Ginevra “per sopravvenuta impossibilità di conseguire l’oggetto sociale” e rassegnarsi a che abbiano ragione le ragioni della violenza.
Peraltro, c’è chi, non contento della benzina già versata, soffia alacremente sul fuoco.
Il Presidente ucraino Poroshenko ha fornito e fornisce ogni possibile conforto e sostegno a Filarete, in primo e decisivo luogo tollerando e neanche troppo sommessamente incoraggiando l’appoggio armato che i paramilitari nazionalisti spesso e volentieri gli forniscono, che lo gradisca o no.
Putin e Kiril, dal canto loro, per il momento tacciono, ma nemmeno smentiscono gli alti esponenti del Patriarcato di Mosca che evocano un altro Scisma e sollecitano i fedeli ucraini “a scendere in strada” e non per fare una passeggiata.
Tutte pessime notizie per l’Ucraina, per l’ Europa, per la Russia.
Nell’Ucraina in grandissime difficoltà economiche, percorsa da fortissime tensioni sociali, impoverita dall’emigrazione di milioni di cittadini lo scontro di religione può facilmente diventare l’innesco di una guerra civile più vasta di quella che già combattono l’ovest nazionalista e l’est filo-russo.
L’Europa che a Maidan ha acceso la miccia, già adesso non sa come spegnerla e, se deflagrasse la polveriera ucraina, finirebbe con ogni probabilità nel cono dell’onda d’urto.
La Russia, in cui l’alleanza tra Cremlino e Patriarcato è elemento importante, forse determinante di stabilità, ha nulla da guadagnare e molto da perdere dalla guerra tra Kiril, Bartolomeo e Filarete, sia perché, chiunque vinca, il Patriarcato di Mosca e di Tutte le Russie ne uscirà comunque indebolito, sia perché, se le cose dovessero mettersi davvero male in Ucraina, dovrebbe in qualche modo metterci le mani, cosa che non ha voglia, né interesse a fare.
Insomma, quando i venti di guerra di religione cominciano a soffiare, a nessuno conviene offrire loro altre vele, perché è facile vedere dove e come quelle guerre iniziano, ma è impossibile prevedere dove e come andranno a finire.
E’ davvero il caso di sperare che Dio non voglia.

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