LAVORO E GIOVANI: ITALIA VS UE 0-5, CHI SONO I BAMBOCCIONI/COGLIONI?

CSV lombardia

Enrico Scarpini

Alcuni dati messi in fila:

  • disoccupazione 15-24 anni 31,8%, media ue sotto al 15%;
  • 25-34 anni tasso inattività al 27%;
  • quota 25-29enni Neet, i giovani che non studiano né lavorano, è salito dal 23,8% del 2007 al 31,5% nel 2017;
  • dipendenti under 35 guadagnano in media 4mila euro in meno l’anno rispetto al salario generale, mentre la media retributiva -21% rispetto agli standard dei colleghi di altre fasce anagrafiche;
  • Pil Eurozona +2,33% nel 2017, l’Italia +1,4%;
  • in Italia il Pil in valori reali +2,6% tra 2000 e 2017, contro il +25,9% della media europea;
  • calo produzione industriale (-19,1% nel 2000 e 2017);
  • occupazione fascia 25-34 anni calato dal 70,1% del 2007 al 61,3% del 2017, bruciati oltre 1,5 milioni di posti di lavoro in un decennio;
  • solo il 60% delle imprese eroga corsi di formazione interni (solo imprese di grandi dimensioni, 99% imprese italiane sono micro e piccole e medie ); -italia spende meno di 200 milioni di euro in «supporto all’impiego», contro i 5 miliardi abbondanti investiti dalla Germania nel solo training e oltre 11 miliardi indirizzati ai servizi per l’impiego;
  • In Italia circa 550 centri per l’impiego, responsabili del ricollocamento di meno del 3% di chi cercava lavoro, In Germania i Bundesagentur für Arbeit, uffici dedicati ai soli disoccupati, sono quasi 100mila…
Il tasso di disoccupazione nella fascia 15-24 anni si attesta sul 31,8%, il doppio di una media europea scivolata sotto al 15% a luglio 2018. Nella fascia dei 25-34 anni il tasso di inattività è salito dell’1,3% su scala annuale e viaggia oggi al 27%. La quota di 25-29enni intrappolati nella dimensione di Neet, i giovani che non studiano né lavorano, è salito dal 23,8% del 2007 al 31,5% nel 2017.

Il tutto mentre i dati dell’Europa vanno in direzione contraria, con un tasso di disoccupazione giovanile nella zona Ue ai minimi da 10 anni (14,8% nella Ue) e paesi, come la Germania, dove i giovani in cerca di impiego si sono dimezzati dall’11,9% al 6,2% nel 2007-2017. Ci sarebbero i presupposti per un allarme, se non fosse che le politiche in discussione per la legge di Stabilità 2018 parlano – soprattutto – d’altro.

I disagi del lavoro giovanile non sono nati con la crisi, ma gli anni di recessione hanno ampliato sia il divario interno fra nuove e vecchie generazioni sia, e soprattutto, quello esterno sugli standard italiani ed europei. Negli anni della crisi i dipendenti under 35 hanno guadagnato in media 4mila euro in meno l’anno rispetto al salario generale, mentre la media retributiva si attesta al -21% rispetto agli standard dei colleghi di altre fasce anagrafiche. Quanto al confronto Italia-Europa, parlano i numeri citati sopra sui “flussi contrari” dell’occupazione giovanile:?mentre il Vecchio Continente si riassesta, il mercato italiano si aggancia sempre di più alle parti bassi della classifica comunitaria. L’indicatore opposto, il tasso di occupazione nella fascia 15-24 anni, ci spinge ancora indietro con un 17,7% a debita distanza dal 29,6% della Francia, il 45,7% della Germania e il 63,9% dei Paesi Bassi.

Il Pil dell’Eurozona è cresciuto del 2,33% nel 2017, mentre l’Italia ha dovuto “festeggiare” per il +1,4% messo a segno nel 2017. Secondo una ricostruzione della Cgia di Mestre, un istituto di ricerca, in Italia il Pil è aumentato in valori reali di appena il 2,6% tra 2000 e 2017, contro il 25,9% della media europea, dal +23,7% della Germania a picchi record come il 113,2% dell’Irlanda.Il calo della produzione industriale (-19,1% nel 2000 e 2017), abbinata alle dimensioni modeste di investimenti pubblici, si è ripercosso sull’occupazione, colpendo soprattutto le fasce di nuovi lavoratori o aspiranti tali. È abbastanza indicativo il fatto che il tasso di occupazione nella fascia 25-34 anni sia calato dal 70,1% del 2007 al 61,3% del 2017, bruciando oltre 1,5 milioni di posti di lavoro nell’arco di un decennio.

Al di là della crescita, o della stagnazione, ci sono dei limiti impliciti al mercato del lavoro italiano. A partire dal vecchio ostacolo della «transizione scuola-lavoro», espressione burocratica per indicare la ricerca di un impiego al termine del proprio percorso di studi. La propensione al training aumenta nelle imprese di grande dimensione: un segnale spiacevole, per un paese dove oltre il 99% delle aziende è di taglia media, piccola o micro. Anche qui, però, l’Italia si relega ai bassi fondi delle graduatorie europee. Il nostro paese spende meno di 200 milioni di euro in «supporto all’impiego», contro i 5 miliardi abbondanti investiti dalla Germania nel solo training e oltre 11 miliardi indirizzati ai servizi per l’impiego. Con tutti i suoi limiti, inclusa la dimensione troppo “aziendale” della formazione, il meccanismo duale ha contribuisce ad abbassare la disoccupazione giovanile tedesca a minimi del 6,2%. In Italia si contano un totale di poco più di 550 centri per l’impiego, responsabili del ricollocamento di meno del 3% di chi cercava lavoro.

fonte ilsole24ore.it

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