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CSV Lombardia – Enrico Scarpini

La nuova destra europea frena la lotta al riscaldamento globale

Nell’ambito degli accordi sottoscritti a Parigi nel 2015, l’Unione europea si è data l’obiettivo di diminuire del 40 per cento le sue emissioni entro il 2030. In pratica, significa accelerare la transizione alle energie rinnovabili per tagliare i consumi di combustibili fossili come petrolio, gas e carbone. Sono decisioni che dipendono in parte dai singoli paesi, e molto dall’Unione europea nel suo insieme. E dal Parlamento europeo, per cui voteremo a maggio.
Nell’ultima legislatura europea (2014-2019), i ventuno partiti della destra radicale avevano insieme quasi il 15 per cento dei seggi, la quota più alta degli ultimi trent’anni.

Questi partiti si sono per lo più opposti alle politiche per contrastare il cambiamento climatico: ma non tutti l’hanno fatto e soprattutto non con gli stessi argomenti. Più spesso però le destre europee non citano affatto la questione del clima nei loro programmi, o l’affrontano solo in modo marginale, e senza prendere posizioni chiare – come si scopre dalla mappatura dei programmi delle estreme destre europee sul clima condotta da due ricercatori dell’istituto berlinese Adelphi (Convenient truths.
È decisamente “negazionista” il Freiheitliche partei österreichs (Partito austriaco della libertà, Fpö), dell’estrema destra nazionalista austriaca, che fa parte della coalizione di governo a Vienna: nei suoi documenti si legge che il cambiamento climatico è “propaganda”. Nel parlamento austriaco l’Fpö ha votato contro la ratifica degli accordi di Parigi sul clima. Soprattutto, sostiene che “il cambiamento del clima non deve diventare una giustificazione per concedere asilo, o l’Austria rischia di essere sommersa da milioni di rifugiati ambientali”.
Si ispira alle posizioni dell’Europäisches Institut für Klima und Energie (Istituto europeo per il clima e l’energia, Eike), che attacca in modo sistematico la scienza del clima.
I rispettivi istituti di ricerca, l’austriaco Hayek institut e la tedesca Hayek Gesellschaft (entrambi intitolati all’economista Frederich von Hayek, considerato un capostipite della scuola liberista), sono affiliati all’Austrian economic centre, istituto privato che a sua volta mantiene stretti legami con alcune fondazioni della destra ultraconservatrice statunitense. Insomma: l’estrema destra austriaca e quella tedesca hanno stretti legami con alcune tra le più note fondazioni dell’estrema destra americana, tutte finanziate dall’industria petrolifera, protagoniste di un’aggressiva azione di lobby contro le politiche sul clima.

Non tutti i partiti della destra europea però si oppongono alle politiche sul clima mettendone in dubbio la validità scientifica. Una protesta ambientalista per proteggere la foresta di Hambacher, nell’ovest della Germania, minacciata dall’espansione di una miniera di carbone, 27 ottobre 2018. (Till Rimmele, Getty Images)

Altri sono contrari alla decisione europea di abbandonare il carbone in nome dei posti di lavoro: questione sensibile in Germania e soprattutto in Polonia, dove il carbone resta una parte importante dell’economia. Il partito Prawo i sprawiedliwosc (Diritto e giustizia, Pis) del presidente Jaroslaw Kaczynski ha sempre difeso l’industria mineraria in nome del lavoro e della “indipendenza energetica” del paese (presunta, visto che la Polonia importa carbone dalla Russia), oltre che per mantenere la sua base di consenso tra i sindacati dei minatori (non stupisce che l’Heartland institute abbia cercato contatti proprio con i sindacati polacchi, come si apprende dal giornale della destra statunitense Breitbart).

Lo stesso vale in Lettonia per la Nacionala apvieniba (Alleanza nazionale, Na), di estrema destra e partner del governo in carica: sostiene che la transizione energetica favorirà il clima e l’innovazione tecnologica, facendone una questione di “nazionalismo energetico”. Si noti che Fidesz è al potere dal 2010 e l’Alleanza nazionale lettone dal 2011. E che entrambi i paesi, per come sono strutturate le rispettive economie, sono al di sotto della media europea per le emissioni di gas di serra.

E l’Italia?
In Italia, la Lega di Salvini parla nel suo programma di transizione energetica e di economia sostenibile, ma finora ha contrastato le misure concrete sul cambiamento climatico. Al parlamento europeo nella scorsa legislatura ha votato contro tutte le proposte di politica energetica e sul clima, salvo una direttiva sul risparmio energetico nell’edilizia.
Il fatto è che dichiarazioni di aperto rifiuto della scienza del clima in Italia sono per lo più marginali. L’opposizione alle energie rinnovabili nel nostro paese non ha avuto bisogno di negare la scienza: “Il diktat di fermare a ogni costo le rinnovabili in Italia, cosa che è di fatto accaduta, è venuto dal settore del gas e sembra che sia ancora in vigore”, osserva Giuseppe Onufrio, direttore di Greenpeace Italia.
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Tra i negazionisti a oltranza e i “protettori del clima” ci sono diverse sfumature. Uno dei più forti partiti della destra antieuropea oggi rappresentati al parlamento di Bruxelles, il danese Dansk folkeparti (Partito popolare, Df), nel suo programma non parla del cambiamento climatico, ma nei suoi comunicati nega che si possa attribuire con certezza alle attività umane. L’olandese Partij voor de vrijheid, (Partito della libertà, Pvv), noto per le posizioni fortemente antimusulmane e xenofobe del suo leader Geert Wilders, sostiene che non ci sono prove che il cambiamento del clima sia provocato dalle attività umane.

Il belga Vlaams belang (Interesse fiammingo, Vb), ultranazionalista e spesso apertamente razzista e antisemita, del clima non parla affatto. Forse, più che alle dichiarazioni di principio, bisogna guardare come hanno votato i ventuno partiti della destra radicale rappresentati nel parlamento europeo durante l’ultima legislatura.

Per lo più si sono opposti alle misure di politica energetica che potrebbero favorire la transizione alle energie rinnovabili. Al dunque, la destra non è amica del clima.

fonte: internazionale

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