QUANDO L’APOCALISSE È ALLE PORTE MA CI PREOCCUPIAMO DI COME PASSARE IL WEEKEND

di M. Noris

Disclaimer: questo non sarà un post breve e, probabilmente, nemmeno così “di presa” rispetto a quelli su Salvini o Di Maio. Non per il momento, almeno. Se tuttavia ti sei soffermato sul titolo, in tal caso ti chiedo sin da ora di portare un po’ di pazienza e di continuare a leggere.

Cominciamo dalla fine, per meglio fare ordine. Milano, fine febbraio. Ci sono 23 gradi, la gente gira in maniche corte. Ingrandendo la lente, stessa cosa a Londra, con temperature mai riscontrate prima, e a Mosca, dove la neve si sta sciogliendo.  Colpa di “quell’ondata di caldo africano“, presto tutto tornerà alla normalità. Certo. Se però controlli le temperature medie degli ultimi anni, ti accorgerai che poi troppo insolito non è. Ogni anno è più caldo del precedente, con gli ultimi 17 anni che si sono rivelati i più caldi della storia.

Se per caso hai visto qualche foto da satellite dell’Antartide o del Polo Nord, ti avranno fatto notare che la superficie ricoperta dai ghiacci si è notevolmente ridotta negli ultimi anni. Decisamente troppo velocemente, per essere un fenomeno naturale.

A livello globale, le assicurazioni stanno calcolando un aumento esponenziale dei danni da catastrofi naturali. 5 volte tanto dal 1980, secondo Allianz, con danni che si aggirano sui 54 miliardi di euro, con un incremento del 42% nel 2016 rispetto all’anno precedente. Tali dati sono in linea con quelli dell’EMDAT, riassumibili in questi grafici.

Le cosiddette ondate di calore (heatwaves) stanno diventando la norma, tanto da trasformarsi da eccezione a norma. Qualcosa sta cambiando, e molto in fretta. Non è propriamente una novità: sono decenni che si parla di effetto serra, ossia dall’aumento di temperatura provocata dalle nostre attività. Ma, diciamocela tutta, il comfort della tecnologia vale bene un po’ di inquinamento atmosferico. Personalmente, il problema dell’inquinamento segue direttamente quello della scelta di dove passare le prossime vacanze estive. Almeno, lo era sino a poco tempo fa.

Da cosa dipende la nostra percezione di realtà e di rischio? Principalmente da due fattori: incapacità di immaginare problemi troppo lontani e non immediatamente percepibili (dimenticare che domani è il compleanno di tua moglie è decisamente più pericoloso rispetto all’ipotesi di un futuro incendio nel palazzo), e omologazione alla massa (se nessuno si preoccupa di qualcosa, allora il problema non sussiste).

Da cosa dipende la nostra informazione? Principalmente dai mass media e dai comunicati ufficiali. Il guaio è che l’obiettivo dei primi è fare ascolti/ vendere, mentre i governi devono mantenere alto l’indice di gradimento dell’elettorato.

Tutto questo per arrivare ad una semplice constatazione: il grado di importanza che diamo ad una determinata notizia dipende dall’ordine dei titoli stampati sul giornale. Ma, purtroppo, il fatto che questa sia stampata in sesta pagina piuttosto che in prima dipende quasi esclusivamente da scelte redazionali e non necessariamente significa sia più o meno importante. Anzi.

Arriviamo dunque al punto. In Italia, come in altri stati, si è deliberatamente scelto di non porre il giusto accento sul tema del climate change, ossia il riscaldamento globale. Ma il problema è estremamente grave. Molto più di quello che potremmo immaginare.

La comunità scientifica internazionale ha rilevato un aumento di circa un grado nella temperatura media globale rispetto a due secoli fa. Attenzione a non confondere il clima con il meteo: 1 °C a livello a globale non significa che a Milano invece di 10 °C il 26 febbraio avremo 11 °C, bensì 23 °C, appunto. O, perché no, 2 °C.

Un grado a livello globale è qualcosa di enorme, tanto da cambiare radicalmente l’intero ecosistema e il mondo come lo conosciamo oggi.

Non è mio intento riportare qui dati precisi (per quelli ci sono tutti i riferimenti in calce), ma qualcuno ha calcolato che con l’attuale livello di emissioni riporteremo la Terra ad un clima preistorico, quando i coccodrilli nuotavano nelle acque del polo nord.

L’IPCC, la comunità scientifica internazionale che studia il climate change, presenta già da anni le analisi e i modelli, con previsioni annesse, di ciò che succederà. Diversi scenari, a seconda di quanto ancora inquineremo il pianeta. Gli scenari, purtroppo, non sono felici. Perché, senza troppi giri di parole, vanno dalla tragedia all’apocalisse. Per meglio capire quanto sia grave la situazione, parecchi climatologi sono finiti dallo psichiatra causa ansia e depressione. Molti di loro definiscono l’attuale società umana “senza speranza”. Con due gradi in più livello globale il processo sarà irreversibile e porterà gravissimi danni; con 6 gradi ulteriori il pianeta diverrà pressoché inabitabile per le specie attuali. I governi, ad eccezione degli USA, hanno ratificato tali studi promettendo politiche di contenimento per l’emissione di gas serra.

Purtroppo, ancora non è stato fatto nulla di concreto e, duole dirlo, non ci sono reali possibilità di restare al di sotto dei 2 gradi.

L’IPCC ha anche indicato quanto tempo ci rimane per evitare il punto di ritorno: poco più di un decennio. Un battito di ciglia. Cosa comporterà l’aumento di temperatura? Anzitutto aumento esponenziale della temperatura con heatwave sempre più frequenti, che renderà invivibili le aree più calde del pianeta. Desertificazione, siccità e carenza di cibo. Lo scioglimento dei ghiacci provocherà l’innalzamento dei mari, con inondazioni e sommersione di molte coste. Aumento degli eventi estremi. La carenza di acqua e cibo creerà ondate migratorie senza precedenti, con lotte e guerre per il possesso degli ultimi lembi di terre fertili. Ad esserne coinvolto sarà l’intero pianeta, compresa l’Italia.

Esistono già le mappe che indicano quali saranno i territori più esposti, pubblicate nei siti governativi. In Italia sono stati condotti numerosi studi locali, che coincidono con quelli dell’IPCC. Da “Economic Impacts of Climate Change in Italy and the Mediterranean: Updating the Evidence“: “Entro la fine del secolo, l’Italia registrerebbe anche gravi perdite nella produzione agricola, a causa dell’aumento della temperatura e della ridotta disponibilità di acqua (…). Si stima che, se il clima del 2080 si verificasse oggi, il danno annuale del cambiamento climatico all’economia dell’UE, in termini di perdita del PIL, sarebbe tra 20 miliardi di euro per lo scenario di 2,5 ° C e 65 miliardi di euro per il 5,4 ° C scenario“.

In “High-resolution climate simulations with COSMO-CLM over Italy: performance evaluation and climate projections for the 21st century leggiamo: “L’Italia è situata nel centro dell’Europa meridionale, un’area ritenuta particolarmente vulnerabile ai cambiamenti climatici (Giorgi, 2006). Dato che è in atto un notevole impatto sull’agricoltura, sul turismo, sulle risorse idriche e sui rischi idrogeologici, è importante fornire ai responsabili delle misure con proiezioni di cambiamenti climatici ad alta risoluzione, in modo che le politiche di adattamento possano essere opportunamente formulate“.

Quale sia lo scenario che andremo ad incontrare, una cosa è certa: i nostri figli andranno incontro ad un mondo diverso dal nostro. Andranno incontro ad una realtà estrema che, nel caso si arrivasse ai fatidici 6 gradi, annienterebbe quasi completamente la biodiversità del pianeta. Leggere le dichiarazioni di scienziati e climatologi che parlano di “umanità condannata” è qualcosa di terribile.

Cosa possiamo fare? Anzitutto prendere coscienza della situazione. Qualsiasi cosa veicoli la nostra attenzione, non ha alcuna importanza. Reddito di cittadinanza, quota 100, sovranità monetaria, migranti. Niente di tutto questo avrà importanza tra 50 anni. Iniziamo a parlarne. Chiediamo misure più concrete a chi ci governa (i movimenti ambientalisti stanno crescendo ovunque). Iniziamo a sacrificare parte del nostro benessere, per non perdere poi tutto. In un mondo finito, parlare di crescita economica infinita è un paradosso: limitiamo i consumi.
Le principali cause di inquinamento sono due: riscaldamento e allevamento. L’allevamento, specie di bovini, è tra le principali cause di produzione di gas serra, sebbene la cosa possa sembrare assurda: basterebbe ridurre sensibilmente il consumo di carne (specie rossa) e formaggi per dare una mano.

L’argomento è ovviamente enorme, impossibile essere esaustivi qui. Informiamoci, leggiamo, parliamone. È in gioco la nostra stessa esistenza. Non avremo una seconda possibilità, le apocalissi lasciamole ad Hollywood.

Grazie per l’attenzione

Per ulteriori prese di posizione di CSV sul tema:

CAMBIAMENTI CLIMATICI – CHIARIAMO LA NOSTRA POSIZIONE

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