DECRETO CRESCITA: A RISCHIO I BENI CULTURALI E UN FAVORE AI PALAZZINARI

Il decreto sulla crescita, tanto atteso dagli italiani , dal quale si si attendono una ripresa dell’economia nazionale, mette a rischio il nostro patrimonio culturale.

Si potranno apportare modifiche ai beni culturali anche senza una autorizzazione delle Soprintendenze. Nello specifico si prevede che:

“negli anni 2019 e 2020, l’autorizzazione prevista dall’articolo 21, comma 4, del decreto legislativo 22 gennaio 2003, n. 42, relativa agli interventi in materia di edilizia privata, è rilasciata, in deroga a quanto previsto dall’articolo 22, comma 1, del medesimo decreto legislativo 42 del 2004, entro il termine di 90 giorni dalla ricezione della richiesta da parte della soprintendenza. Decorso tale termine, in caso di mancato riscontro della Soprintendenza l’autorizzazione si intende acquisita”.


Significa che qualsiasi intervento su un edificio dichiarato bene culturale (non parliamo quindi di generici edifici), ai sensi del Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio (appunto il decreto legislativo 22 gennaio 2003, n. 42), potrà essere liberamente effettuato dal proprietario se entro 90 giorni non arriva il parere della Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio competente nel territorio nel quale ricade quel bene culturale. E visto che si tratta genericamente di non specificati ‘interventi in materia di edilizia privata’ sarà anche possibile, paradossalmente (ma neanche tanto), abbattere un edificio storico per realizzare una palazzina.


Con il decreto sulla crescita invece scatterà, dopo 90 giorni, il ‘silenzio-assenso’. Un sistema più volte tentato e anche introdotto ma sempre contestato perché rappresenta un modo rozzo e sbrigativo di affrontare un problema reale.


La procedura del silenzio-assenso porta con sé anche evidenti rischi di corruzione. È sufficiente, infatti, che un funzionario ‘poco attento’ dimentichi un fascicolo o lo metta in basso nella pila che immaginiamo invaderà ogni scrivania delle Soprintendenze, in modo che trascorrano i fatidici 90 giorni e il gioco è fatto. E sarà facile giustificarsi con l’insostenibile aggravio di lavoro!



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