Confindustria e Sindacati. L’europeismo come atto di fede

Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Sergio Farris

Il 9 aprile scorso Confindustria, Cgil, Cisl e Uil, hanno reso pubblico un appello congiunto a favore dell’Europa. Esso non ha, tuttavia, suscitato il dibattito che avrebbe meritato.

Peccato, perchè dal tenore dell’appello è possibile ricavare lo stato confusionale in cui versano le  “Parti sociali”, con particolare riferimento alle Organizzazioni sindacali. (E’ difficile non notare l’abbagliato sviamento dei Sindacati di fronte alle istituzioni ed alle controparti sociali che hanno determinato la loro attuale condizione di irrilevanza).

Il documento può essere articolato in due linee di svolgimento: 1) una serie di asserzioni sull’Europa poste a giustificazione dell’appello – evidentemente descrittive, secondo i sottoscrittori, di una verità immanente; 2) una serie di proponimenti – auspicativi di una riforma tesa al completamento della costruzione europea, così da renderla “ideale” (proponimenti purtroppo, va detto subito, irrealizzabili).

Alla prima linea argomentativa può essere accostata l’affermazione secondo cui “[…] l’Unione europea ha garantito una pace duratura in tutto il nostro continente e ha unito i cittadini europei attorno ai valori fondamentali dei diritti umani, della democrazia, della libertà, della solidarietà e dell’uguaglianza.”

Qui, secondo me, va precisato che i valori quali “i diritti umani, la democrazia, la solidarietà e l’uguaglianza”, erano già previsti e formulati nelle costituzioni post-fasciste del dopoguerra. Certo, poi, le Comunita’ europee costituite dagli stati che quelle costituzioni avevano adottato, hanno fatto propri quei principi, ma – a dirla proprio tutta – con l’avvento della stagione neoliberista e la primazia del mercato, si è assistito piuttosto a una relativa disapplicazione, nell’ambito della Ue, di quei valori. (Si è anche parlato, ad esempio, di incompatibilità della nostra Costituzione repubblicana con i rigidi trattati che informano l’Unione).

Prosegue l’appello: “[…] l’UE è stata decisiva nel rendere lo stile di vita europeo quello che è oggi. Ha favorito un progresso economico e sociale senza precedenti con un processo di integrazione che favorisce la coesione tra Paesi e la crescita sostenibile. Continua a garantire, nonostante i tanti problemi di ordine sociale, benefici tangibili e significativi, nella comparazione internazionale, per i cittadini, i lavoratori e le imprese in tutta Europa.”

Eppure, sotto gli aspetti inglobati in queste affermazioni, i risultati sono stati – e sono tuttora – piuttosto modesti. Inoltre, specialmente per alcuni paesi, fra cui il nostro, i risultati si possono classificare come molto deludenti. Spiega Ashoka Mody: “vi è stata un’illusione di prosperità, sostenuta nel caso dell’Europa dalla bolla bancaria. È un vero peccato che quei dieci anni [i primi anni dell’euro, n.d.a] siano stati completamente travisati in due modi. Il primo è che, quando i tassi di interesse sui debiti pubblici sono scesi, questo fu celebrato come un’integrazione finanziaria, mentre era in effetti un problema, perché i paesi che beneficiavano di questi tassi così bassi stavano permettendo il formarsi di una bolla di debito. In secondo luogo, l’altra cosa che è avvenuta, specialmente tra il 2004 e il 2007, è che il commercio mondiale era in una fase di boom. In primo luogo, perché l’America stava spendendo troppo, e quindi stava importando largamente merci dal resto del mondo, e in secondo luogo, perché la Cina stava entrando nel mercato del commercio globale in grande stile e, diventando un esportatore di grande rilievo, diventava anche un rilevante importatore. Pertanto negli anni tra il 2004 e il 2007 si è avuta una crescita del commercio globale più alta che in qualsiasi periodo nella memoria recente. E quando il commercio globale aumenta, il commercio europeo cresce rapidamente. Quindi la combinazione della convergenza dei tassi di interesse, che diede l’impressione dell’integrazione finanziaria, e la crescita del commercio globale, che diede alla gente un’impressione di prosperità, ha portato alcuni a concludere che sì, la cosa aveva funzionato.”

Infine, non viene in mente ai firmatari dell’appello che – probabilmente –  è proprio la UE con le sue politiche austere a mettere a rischio la coesione fra paesi europei e la crescita sostenibile? Segue poi nello stesso periodo, ancora con riferimento alla UE, una stilla di dubbio che recita: “Continua a garantire, nonostante i tanti problemi di ordine sociale”, ma essa è immediatamente fugata dalla certezza che la UE “continua a garantire, benefici tangibili e significativi, nella comparazione internazionale, per i cittadini, i lavoratori e le imprese in tutta Europa”. Un atto di fede, in assenza di qualsivoglia costrutto analitico dei meccanismi attraverso cui i tanti benefici citati si dispiegherebbero e senza alcun rilievo critico che tenti di spiegare la fase di riflusso che sta investendo la UE. Si può congetturare che, come sempre, per la religione europeista i proclami dell’apertura e della concorrenza dovrebbero ottimamente sistemare tutto.

E poi: […] gli interessi economici nazionali, oggi, possono essere perseguiti, in una dimensione continentale, solo attraverso politiche europee. Di fronte ai giganti economici, i paesi europei presi singolarmente, avranno sempre minore peso politico ed economico. Perché stiamo affrontando enormi sfide, una globalizzazione senza regole, il risorgere di nazionalismi, tensioni internazionali, ridefinizione delle relazioni UE-Regno Unito, migrazioni, disoccupazione, prospettive per il futuro dei nostri giovani, cambiamenti climatici, trasformazione digitale, crescita costante delle diseguaglianze economiche e sociali. […] la risposta non è battere in ritirata ma rilanciare l’ispirazione originaria dei Padri e delle Madri fondatrici, l’ideale degli Stati Uniti d’Europa.

Ci troviamo, qui, innanzi ad una sorta di allontanamento apotropaico delle responsabilità oggettive alle quali vanno ricondotti tutti i gravi problemi riportati nel periodo. La globalizzazione senza regole, la disoccupazione, le disuguaglianze, la migrazione, ecc., sono soprattutto la conseguenza delle politiche liberiste che – proprio i partiti sponsorizzati con l’appello al voto – patrocinano. L’utopico  Manifesto di Ventotene aveva un senso all’epoca in cui fu redatto, ma l’acceleratore spinto sulle politiche neoliberiste, le quali hanno fatto da fondamento alla nascita della UE nel 1992, rende di una inanità assoluta un simile richiamo. Quanto all’affermazione riguardante la dimensione continentale necessaria per fronteggiare la sfida globale, possono svolgersi diversi ordini di considerazioni: 1) non è invariabilmente vero che un singolo stato debba trovarsi “perduto” davanti alla globalizzazione. Il relativo benessere di un paese dipende anzitutto dalle politiche economiche (fiscali, monetarie, industriali, di investimento e dei conti con l’estero) che decide di intraprendere; 2) probabilmente, l’assunto menzionato nell’appello si riferisce ad una corposa rilevanza continentale in sede di negoziazione di trattati internazionali (nel documento manca una analisi specifica). Tuttavia, la storia recente insegna che la pressione ricorrente è quella rivolta alla sottoscrizione di trattati di libero scambio – dettati da interessi specifici –  i cui benefici attesi per le popolazioni degli stati aderenti, danno però adito a parecchie aporie; 3) sono proprio la UE e l’eurozona – con le loro politiche di deflazione competitiva e con le loro costrizioni monetarie e fiscali – il maggior rischio per il successo internazionale dei paesi membri (oltre che per la stabilità e la prosperità globali).

Il documento va avanti con un impulso al voto: “Per queste ragioni esortiamo i cittadini di tutta Europa ad andare a votare alle elezioni europee dal 23 al 26 maggio 2019 per sostenere la propria idea di futuro e difendere la democrazia, i valori europei, la crescita economica sostenibile e la giustizia sociale.”

Si tratta, procedendo per esclusione, di un appello al voto a favore del Partito Democratico (ossia a favore della formazione politica che tanta parte ha avuto nella sterilizzazione dell’opera del sindacato). Infatti, prosegue il testo, la difesa  della democrazia, i valori europei, la crescita economica sostenibile e la giustizia sociale, è riferita contro “quelli che intendono mettere in discussione il progetto europeo per tornare all’isolamento degli stati nazionali, richiamando in vita gli inquietanti fantasmi del novecento”.

E’ perlomeno bizzarro che le forze sindacali abbiano apposto la loro sottoscrizione ad un invito al voto come questo. (Per contrastare le destre, mi dono anima e corpo a coloro che, “da sinistra”, mi hanno annichilito e continuerebbero a farlo?).

Venendo alla seconda linea argomentativa, bisogna ammettere che in essa sono inscritti vari propositi commendevoli. Chi non vorrebbe “[…] progettare un futuro di benessere per l’Europa” e concepire  “[…] un modello di crescita che restituisca ai giovani il diritto al futuro”, compreso un rinnovato impegno sulla tematica ambientale? I Sindacati e la Confindustria si rivolgono ai componenti dell’incipiente Parlamento Europeo, ponendo l’accento su un piano straordinario per gli investimenti, una politica industriale europea, lo sviluppo del dialogo sociale e della contrattazione tra le parti sociali. Per finanziare il piano straordinario di investimenti, le Parti sociali propongono di ricorrere – nientemeno – agli Eurobond, ovvero emissioni di titoli del debito europei; e per quanto riguarda la loro relativa restituzione, i proponenti si inoltrano fino ad immaginare un primo embrione di “bilancio centralizzato comunitario” (“Nel medio-lungo termine, il debito verrebbe rimborsato con il gettito di nuove imposte gestite a livello europeo che andrebbero a sostituire imposte nazionali”). Oltre a ciò, i firmatari dell’appello stimolano i futuri parlamentari a proporre la “Esclusione della spesa nazionale di cofinanziamento dei progetti europei dai vincoli del Patto di Stabilità e Crescita”.

Tutto condivisibile. Soltanto che, per quanto attiene al piano degli investimenti, non bisogna dimenticare che l’Unione Europea è assolutamente concepita ed impostata sul “mantra” del divieto di mutualizzazione dei rischi finanziari e di qualsiasi trasferimento di risorse fra stati membri. Così come è fantasioso ritenere che – finalmente – i paesi forti del centroEuropa (con la Germania in testa) muteranno repentinamente avviso e, in un conato di generosa solidarietà, accondiscenderanno al tipo di riforme dalla quali si sono sempre tenuti a distanza. (Quando dall’attuale bilancio comunitario fuoriescono cospicue risorse – come è nel caso della Polonia – la finalità è integrare il paese destinatario nella filiera produttiva tedesca).

Altrettanto dicasi per la citata “[…] funzione di stabilizzazione del ciclo economico, complementare ai meccanismi nazionali, in grado di supportare il reddito e la domanda interna in tempi di crisi con l’obiettivo di finanziare: uno strumento di sostegno europeo, finanziato senza pesare sulle imprese, per rispondere in occasione di crisi di uno o più paesi membri, alle ricadute sulla disoccupazione, presidiando invece la coesione sociale e prevenendo rischi di contagio. […]” (Da notare, in questo passaggio del testo, la frase “finanziato senza pesare sulle imprese”. Vorrà dire finanziato dai lavoratori?).

Viene poi auspicato, come sopra anticipato, lo sviluppo del dialogo sociale e della contrattazione tra le parti sociali. In particolare, nel documento congiunto si parla di promozione e definizione di un quadro normativo europeo certo di sostegno alle relazioni sindacali e alla contrattazione collettiva.

Ma questo pare alquanto incompatibile con l’assetto economico – istituzionale dell’Unione Europea, ove vigono la libertà di movimento dei capitali, l’esasperazione della concorrenza e la competizione salariale. Non si comprende la ragione per la quale, i Sindacati, si attendano l’avveramento di certi miracoli! Senza dimenticare, in più, che nell’ambito dell’assetto appena richiamato, uno dei fini della Confindustria  è  il definitivo tramonto della contrattazione sindacale di livello nazionale (in nome, naturalmente, del presupposto liberista della flessibilità salariale – o meglio, riduzione salariale).

Per quanto afferisce alle Organizzazioni Sindacali – oltre all’analisi chimerica delle aspettative europeiste – è palese che che non sperano più neanche loro di ottenere qualcosa sul piano delle rivendicazioni contrattuali. Si appigliano a quel poco di elemosina che un’eventuale disposizione benevola di Confindustria potrà concedere (come il welfare aziendale). Nell’appello per l’Europa, viene loro concessa qualche tenue speranza di un progetto che mai si invererà. Ma la grezza e affilata realtà del mondo del lavoro sarà disposta ad attendere, o le sue vittime si riverseranno ulteriormente nel bacino dei movimenti “populisti”? Per quanto riguarda la Confindustria – o, perlomeno, per la parte di affiliazione più internazionalizzata di essa (quella che più conta) – l’Organizzazione ha tutto l’interesse ad un’estensione del quadro concorrenziale europeo. In subordine, ha interesse ad un’azione conservativa, ovvero al mantenimento della condizione attuale, con l’industria del Nord Italia al traino di quella tedesca (quando, ovviamente, il ciclo internazionale è favorevole).

Per finire, il tenore dell’appello si inscrive in un auspicato consolidamento della cornice neoliberista sulla quale poggia l’Unione Europea. Purtroppo, la Cgil di Landini – che pure avrebbe le risorse per uno smagato approfondimento analitico dei meccanismi di impostazione della UE, sale sul carro. Concretezza dimostra invece, la Confindustria. Essa, con realismo, mantiene ben ferma la focalizzazione sugli strumenti atti al perseguimento dei propri interessi.

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