IL DISPOTISMO NELLE NAZIONI DEMOCRATICHE

Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Carlo Annoni 

Dopo oltre un secolo di crescente interventismo pubblico (fatti salvi brevi intervalli), con una spesa pubblica che oggi va oltre la metà del PIL nazionale , includendo nel PIL la quota (circa 20%) di nero e criminalità, è difficile pensare che non sia la politica a scegliere perdenti e vincenti in ogni settore della vita sociale.
Interi settori economici vivono (o muoiono) grazie a leggi e leggine, il cui scopo è spesso solo quello di creare domande di carte e adempimenti.
Le famiglie si fanno e disfano in funzione di atti amministrativi che incoraggiano o scoraggiano stati civili.
Tra i settori più esposti alla discrezionalità del “regime” ci stanno i media. Oggi ci accorgiamo che per dare una robusta sfoltita ai media di opposizione (tipo radio radicale e manifesto) non serve alcuna violenza, come servì invece nel ventennio, ma basta un semplice dispositivo amministrativo.
È l’epoca dello stato onnipotente, o forse il termine più esatto, perché individuato da Tocqueville quale il rischio delle democrazie, l’epoca del dispotismo amministrativo.
A questo proposito prendetevi 10 minuti per leggere queste pagine di Tocqueville.

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Da “La Democrazia in America” – A. De Tocqueville

Avevo notato, durante il mio soggiorno negli Stati Uniti, che un assetto sociale democratico, simile a quello degli Americani, poteva agevolare particolarmente lo stabilirsi del dispotismo; e avevo visto al mio ritorno in Europa come la maggior parte dei nostri prìncipi si fosse già servita delle idee, dei sentimenti e delle esigenze provocate da questo assetto sociale, per allargare la cerchia del loro potere.Ciò mi portò a pensare che le nazioni cristiane avrebbero forse finito col subire un’oppressione simile a quella che un tempo pesò su molti popoli dell’antichità.Un esame più approfondito dell’argomento e cinque anni di nuove meditazioni non hanno diminuito i miei timori, ne hanno però mutato l’oggetto.Non si è mai visto , nei tempi passati, un sovrano così assoluto e potente da amministrare da solo, e senza l’aiuto di poteri secondari, tutte le diverse parti di un grande impero; nessuno ha mai tentato di assoggettare indistintamente tutti i sudditi alla lettera di una regola uniforme, né si è posto il fianco di ciascuno per dominarlo e guidarlo. L’idea di una simile impresa non si era mai presentata allo spirito umano, e, se era mai accaduto ad un uomo di concepirla, l’insufficienza delle conoscenze, l’imperfezione delle procedure amministrative, e soprattutto gli ostacoli naturali suscitati dalla disuguaglianza delle condizioni, l’avrebbero ben presto fermato nella esecuzione di un programma così vasto. Si può notare che, al tempo della maggiore potenza dei Cesari, i diversi popoli, che abitavano il mondo romano, avevano continuato a mantenere costumi e usanze diversi : per quanto sottomesse allo stesso monarca, la maggior parte delle province erano amministrate a parte; erano piene di municipalità potenti ed attive, e, benché tutto il governo dell’Impero fosse concentrato nelle sole mani dell’Imperatore che restava sempre, in caso di bisogno, l’arbitro di ogni cosa, la vita sociale spicciola e l’esistenza individuale sfuggivano normalmente al suo controllo. Gli imperatori possedevano, è vero, un potere immenso e senza contrappesi, il quale permetteva loro di abbandonarsi liberamente alla stravaganza delle loro voglie e di impiegare l’intera forza dello Stato per soddisfarle; è spesso accaduto che essi abusassero di questo potere, per togliere arbitrariamente a un cittadino i beni o la vita: la loro tirannia pesava fortemente su qualcuno, ma non si estendeva mai su un gran numero di persone; si attaccava a qualche grande oggetto e trascurava il resto; era violenta e limitata. Se il dispotismo si affermasse nelle nazioni democratiche di oggi, c’è da presumere che avrebbe altre caratteristiche: sarebbe più esteso e più mite e avvilirebbe gli uomini senza tormentarli.Sono certo che, in secoli di lumi e d’uguaglianza quali sono i nostri, i sovrani potrebbero giungere più facilmente a riunire tutti i poteri pubblici nelle loro sole mani e a penetrare più abitualmente e più profondamente nella cerchia degli interessi privati di quanto non abbia mai potuto fare nessun sovrano dell’antichità. Ma questa stessa uguaglianza che facilita il dispotismo, lo mitiga; abbiamo visto come, man mano che gli uomini diventano più simili e più uguali, i costumi si facciano più umani e più miti; quando nessun cittadino ha grandi poteri e grandi ricchezze, alla tirannide manca per così dire, l’occasione e l’ambiente per esibirsi. Poiché tutte le fortune sono modeste, le passioni sono naturalmente contenute, l’immaginazione limitata, i piaceri semplici. Questa moderazione generale modera anche lo stesso sovrano e trattiene entro certi limiti lo slancio disordinato dei suoi desideri. Indipendentemente da queste ragioni, attinte dalla natura stessa dell’assetto sociale, potrei aggiungerne molte altre, prese fuori dal mio argomento specifico; ma voglio tenermi nei limiti che mi sono imposti. I governi democratici potranno diventare violenti e crudeli in certi momenti di grande fermento e di grande pericolo; ma queste crisi saranno rare e passeggere. Quando penso alle modeste passioni degli uomini di adesso, alla mitezza dei loro costumi, alla loro apertura mentale, alla purezza della loro religione, all’umanità della loro morale, alle loro abitudini laboriose e sistematiche, al ritegno che dimostrano quasi tutti nel vizio come nella virtù non ho tanta paura che incontrino nei loro capi dei tiranni quanto dei tutori.Penso dunque che la specie di oppressione che minaccia i popoli democratici non assomiglierà a nessuna di quelle che l’hanno preceduta nel mondo; i nostri contemporanei non ne potranno trovare l’immagine nei loro ricordi. Invano anch’io cerco un’espressione che riproduca e contenga esattamente l’idea che me ne sono fatto, poiché le antiche parole dispotismo e tirannide non le convengono affatto. La cosa è nuova, bisogna tentare di definirla, poiché non è possibile indicarla con un nome.Se cerco di immaginarmi il nuovo aspetto che il dispotismo potrà avere nel mondo vedo una folla innumerevole di uomini simili ed uguali, che non fanno che ruotare su sé stessi, intenti solo a procurarsi piaceri piccoli e volgari, con i quali soddisfare i loro desideri. Ognuno di essi tenendosi da parte, è quasi estraneo al destino di tutti gli altri: i suoi figli e i suoi amici formano per lui tutta la specie umana; quanto al rimanente dei suoi concittadini, egli è vicino ad essi, ma non li vede; li tocca ma non li sente affatto; non esiste che in se stesso e per se stesso e, se gli resta ancora una famiglia, si può dire che non ha più patria. Al di sopra di essi si eleva un potere immenso e tutelare, che solo si incarica di assicurare loro il godimento dei beni e di vegliare sulla loro sorte. È assoluto, minuzioso, sistematico, previdente e mite. Rassomiglierebbe all’autorità paterna se, come essa, avesse lo scopo di preparare gli uomini alla virilità, mentre cerca invece di fissarli irrevocabilmente nell’infanzia; ama che i cittadini si divertano, purché non pensino che a divertirsi. Lavora volentieri al loro benessere, ma vuole esserne l’unico agente e il solo arbitro; provvede alla loro sicurezza e ad assicurare i loro bisogni, facilita i loro piaceri, guida i loro principali affari, dirige la loro industria, regola le loro successioni, spartisce le loro eredità; perché non dovrebbe levar loro totalmente il fastidio di pensare e la fatica di vivere?Così ogni giorno esso rende meno utile e più raro l’impiego del libero arbitrio, restringe l’azione della volontà in più piccolo spazio e toglie a poco a poco a ogni cittadino perfino la disponibilità di se stesso. L’uguaglianza ha preparato gli uomini a tutto questo: li ha disposti a sopportarlo e spesso anche considerarlo come un vantaggio. Dopo aver, dunque, afferrato nelle sue potenti mani ogni singolo individuo ed averlo plasmato a sua volontà, il sovrano stende le sue braccia su tutta quanta la società; ne ricopre la superficie con una rete di piccole regole complicate, minuziose ed uniformi, attraverso le quali anche gli spiriti più originali e gli animi più energici non possono mai farsi strada per mettersi in luce e sollevarsi sopra la massa; non spezza la volontà, ma la infiacchisce, la piega e la domina; raramente costringe ad agire, ma si oppone continuamente al fatto che si agisca; non distrugge, ma impedisce di creare; non tiranneggia, ma ostacola, comprime, spegne, inebetisce e riduce infine la nazione a non essere altro che un gregge timido ed industrioso, di cui il governo è il pastore. Ho sempre creduto che questa specie di servitù regolata, facile e tranquilla, di cui ho fatto adesso il quadro, potrebbe combinarsi più di quanto non si immagini con qualcuna delle forme esteriori della libertà e che non le sarebbe impossibile stabilirsi all’ombra stessa della sovranità popolare. I nostri contemporanei sono continuamente travagliati da due passioni contrastanti: provano il bisogno di essere guidati e la voglia di restare liberi. Non potendo liberarsi né dell’uno, né dell’altro di questi istinti contrari, cercano di soddisfarli entrambi contemporaneamente. Immaginano un potere unico, tutelare, onnipotente, ma eletto dai cittadini; combinano centralizzazione e sovranità popolare. Questo dà loro un pò di sollievo. Si consolano del fatto di essere sotto tutela, pensando che hanno scelto i loro tutori. Ciascuno sopporta di essere tenuto al laccio, perché vede che non è un uomo o una classe a tenerne in mano il capo, ma il popolo stesso. In un sistema del genere i cittadini escono per un momento dalla dipendenza, per designare il loro padrone, e poi vi rientrano. Esiste ai nostri giorni molta gente che si adatta facilmente a questa specie di compromesso tra il dispotismo amministrativo e la sovranità popolare, e pensa di avere sufficientemente garantita la libertà individuale quando l’affida al potere nazionale. Questo non mi basta. La natura del padrone m’importa molto meno del fatto di obbedire. Non negherò, tuttavia, che una costituzione del genere non sia infinitamente preferibile a una che, dopo avere accentrati tutti i poteri, le rimettesse nelle mani di un uomo o di un corpo irresponsabile. Di tutte le diverse forme che il dispotismo democratico potrebbe assumere, questa sarebbe indubbiamente la peggiore. Quando il capo dello Stato è elettivo o controllato da vicino da un potere legislativo realmente elettivo ed indipendente, l’oppressione che egli esercita sugli individui è a volte maggiore; essa è però sempre meno degradante, perché ogni cittadino, quando viene limitato e ridotto all’impotenza, può ancora figurarsi che, obbedendo, non si sottomette che a sé stesso e che solo a una delle sue volontà egli sacrifica tutte le altre.Capisco anche che, quando il sovrano rappresenta la nazione e dipende da essa, le forze e i diritti che vengono tolti a ogni cittadino non servono solamente al capo dello Stato, ma servono allo Stato stesso e che i privati traggano qualche frutto dal sacrificio che hanno fatto alla società della loro indipendenza. Creare una rappresentazione nazionale in un paese molto centralizzato è, dunque, diminuire il male che l’estrema centralizzazione può produrre, ma non significa eliminarlo. Capisco bene che in questo modo si conserva l’intervento individuale negli affari più importanti, ma non per questo lo si sopprime meno nei piccoli e in quelli privati. Ci si dimentica che l’asservimento degli uomini è pericoloso soprattutto nelle minuzie. Dal mio conto, sarei quasi incline a credere la libertà meno necessaria nelle grandi cose che nelle piccole, se pensassi che non si potesse mai essere sicuri dell’una senza possedere l’altra. La soggezione nei piccoli affari si manifesta ad ogni momento, ed è sentita indistintamente da tutti i cittadini. Non li porta alla disperazione, ma, contrariandoli continuamente, li induce a rinunciare a far uso della loro volontà. Spegne, poco alla volta, il loro spirito e fiacca il loro animo, mentre l’obbedienza, che va prestata solo in un piccolo numero di circostanze gravi ma rare, non mostra la servitù che di tanto in tanto e non la fa pesare che su certi uomini. Invano incaricherete questi medesimi cittadini, che avete reso così dipendenti dal potere centrale, di scegliere di quando in quando i rappresentanti di tale potere; questo uso così importante, ma così breve e così raro, del loro libero arbitrio non impedirà che essi perdano poco alla volta la facoltà di pensare, di sentire e d’agire da soli, e che cadano così gradualmente al di sotto del livello umano.Aggiungo che diventeranno comunque ben presto incapaci di esercitare questo unico e grande privilegio che rimane loro. I popoli democratici, che hanno introdotta la libertà nella sfera politica mentre accrescevano il dispotismo nella sfera amministrativa, si sono trovati in una situazione molto strana. Allorché si tratta della gestione dei piccoli affari in cui il semplice buon senso potrebbe bastare, ritengono che i cittadini ne siano incapaci; allorché invece si tratta del governo di tutto lo Stato, attribuiscono a questi cittadini immense facoltà; ne fanno alternativamente lo zimbello del sovrano e i suoi padroni, più che dei Re e meno che degli uomini. Dopo aver provato tutti i diversi sistemi di elezione senza trovarne uno che convenga loro, si stupiscono e continuano a cercare; come se il male che notano non dipendesse più dalla costituzione del paese che da quella del corpo elettorale.E’, in effetti, difficile capire come uomini, che hanno interamente rinunciato all’abitudine di dirigersi da soli, potrebbero riuscire a scegliere bene quelli che debbono guidarli; e nessuno riuscirà mai a far credere che un governo liberale, energico e saggio, possa mai uscire dai suffragi di un popolo di servi.Una costituzione che fosse repubblicana al vertice e ultramonarchica in tutte le altre parti, mi è sempre sembrata un mostro effimero. I vizi dei governanti e l’imbecillità dei governati non tarderebbero a cagionarne la rovina; e il popolo, stanco dei suoi rappresentanti e di sé stesso, creerebbe delle istituzioni più libere, o tornerebbe ben presto a stendersi ai piedi di un solo padrone.

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