Sulla questione Ucraina l’Unione Europea sta andando contro un muro a tutto vapore, fermiamoci finché siamo in tempo!

Fa sempre male dover ammettere che la nostra parte, quell’Unione Europea alla quale siamo affezionati ed ha garantito decenni di pace e stabilita’ ai suoi membri, questa volta ha preso un granchio colossale.
Fa ancora più male il dover constatare che persino molti dei propri amici personali, con i quali si sono condivisi anni di lotte politiche per affermare la capitale importanza dei diritti umani, del dialogo, della tolleranza si siano schierati acriticamente dalla parte dei falchi, dimentichi che l’ideale di democrazia non può affermarsi sulla punta delle baionette.
Questa isteria antirussa che si sta impadronendo dei gangli politici e diplomatici dell’Unione risulta ancor più inaccettabile a coloro i quali, come noi, hanno sostenuto per anni gli sforzi dell’opposizione democratica russa rispetto all’autoritarismo strisciante del Cremlino e guardato con simpatia alle dimostrazioni della gioventù ucraina che richiedeva più Europa e più moralità nella vita pubblica del loro paese, ma allo stesso tempo abbiamo messo in guardia quegli idealisti contro alcuni pericoli, che si sono puntualmente materializzati:
  • La strumentalizzazione della loro giusta indignazione da parti di elementi estremisti e screditati della classe dirigente del paese, esponenti di vere e proprie “cosche” affaristiche, comitati di affari concorrenti con quello rappresentato dall’allora primo ministro Viktor Fedorovych Yanukovych; 
  • L’interferenza degli USA nella crisi, che non aspettava altro per destabilizzare la regione in un malinteso replay della strategia del contenimento degna della peggior fase della Guerra Fredda;
  • L’improvvido incondizionato supporto alla deriva antirussa del governo provvisorio da parte di eminenti esponenti politici dell’Unione che avrebbero meglio fatto ad essere più cauti;
  • Il rischio di scatenare una reazione contraria rispetto a quella voluta, vale a dire invece di una perdita di consenso di Putin, l’accrescimento del sostegno dell’opinione pubblica russa preda della sindrome da accerchiamento e della “guerra patriottica”. 
Dopo i roboanti proclami di Piazza Maidan, i falchi in questione furono presi alla sprovvista dal blitz russo in Crimea (annessione di una intera regione, ricca e storicamente significativa senza sparare un solo colpo) e come pugili suonati hanno cominciato a menar colpi forti ma scoordinati, scoprendo al contempo i propri punti deboli.
L’Unione Europea ha toccato con questa vicenda il punto più imbarazzante della continua involuzione al ribasso in termini di visione, strategia e, non ultimo, qualità della classe dirigente della sua altrimenti gloriosa e positiva storia, involuzione che possiamo datare dalla fine della Commissione Delors nel 1994.
Il successivo allargamento, non controbilanciato da un parallelo approfondimento e solidificazione dell’architettura “costituzionale” dell’Unione ha creato un vuoto nel quale gli equilibri faticosamente consolidati dai paesi “storici”  sono stati destabilizzati dal vento nuovo proveniente dall’Est. Nuove classi dirigenti, relativamente giovani, dinamiche, abili, spregiudicate e, in molti casi, espressioni dell’educazione universitaria o manageriale impartita direttamente negli Stati Uniti o attraverso le fondazioni costituite allo scopo di formare le élites di quei paesi dopo il crollo del comunismo (es. la “Open Society” di G. Soros).
Ora, duole evidenziare come politici di primo piano navigati e solitamente responsabili si siano fatti trascinare, per scopi spesso squisitamente elettorali ed avulsi dalla ricerca di una soluzione pacifica equa e duratura della vicenda, verso un pericolosissimo gioco “al rialzo” financo ad ipotizzare un intervento diretto delle forze NATO a fianco del governo di Kiev. Oltre al danno, la beffa dell’evidenziare che in prima linea di questa nouvelle vague interventista stanno i miei amici dell’ALDE, prendendo in ciò il cattivo esempio dai soliti proclami guerrafondai a tutto campo della sovrastimata Bonino.
I segnali di questa svolta, nella quale pochi paesi, degni di ogni rispetto ma assolutamente periferici, stanno tenendo sotto scacco la maggior parte dei rispetto al nucleo fondatore della UE (con l’eccezione dell’Olanda che purtroppo si e’ fatta anch’essa trascinare in questa isteria bellicistica) sono sotto gli occhi di tutti. Giusto a titolo di esempio possiamo citare:
  • Il polacco Donald Tusk come nuovo presidente del Consiglio Europeo, al quale va dato comunque atto di aver attenuato, nel corso del suo mandato a primo ministro polacco, le posizione estremiste russofobe del suo predecessore Jarosław Kaczyński;
  • Capo delegazione a Mosca per la UE e’ il lituano Vygaudas UŠACKAS, anch’egli quindi esponente di un paese con grossi problemi relazionali con la Russia, non ultimo in merito alla minoranza russofona del paese, in rapido declino dopo lo sfaldamento dell’URSS.
  • L’inviato Ue per l’Ucraina, Aleksander Kwasniewski oltre ad essere un discusso politico polacco (quindi non estraneo ai giochi di potere regionali e potenzialmente anti-russo) ha anche accettato il posto di direttore presso uno dei maggiori concessionari energetici ucraini;
Lungi dal volerci lanciare in tesi complottiste ed unilaterali tanto care ad una certa parte degli opinionisti politici magari nostalgici della vecchia contrapposizione in blocchi o dei fan duri e puri di Putin e del suo regime illiberale (su questo blog ospitiamo spesso e volentieri opinioni di esponenti dell’opposizione russa), ma al contempo disillusi rispetto ad una posizione ipocritamente insostenibile portata avanti dai cattivi maestri d’oltreatlantico e sposata acriticamente dai troppo zelanti paladini della giustizia nostrani, cosa riteniamo debba ora fare l’Europa per uscire da questa pericolosissima crisi?
  • Ritornare sui propri passi e considerare che il primo obiettivo dell’Unione Europea, al di la’ della creazione del mercato unico, e’ proprio quello del mantenimento della pace, dopo secoli di guerre che hanno insanguinato il continente, onorando in tal modo il premio Nobel per la pace ricevuto;
  • Ripartire immediatamente con un processo di integrazione rafforzata con i paesi che vorranno parteciparvi, uscendo dal continuo meccanismo dei ricatti incrociati e dalle defatiganti mediazioni durante le quali la maggioranza degli europei e’ ostaggio delle élites politiche di un manipolo di Stati Membri minoritari in termini di abitanti e di contributi versati ma che vogliono a tutti i costi perseguire la propria agenda che non risponde necessariamente all’interesse generale e neppure a quello delle popolazioni degli stati che essi rappresentano;
  • Affrancare la propria dimensione da quella atlantica, tramite la creazione di un proprio strumento di dissuasione militare autonomo e distinto da quello statunitense, superando lo strumento dell’Alleanza Atlantica che ha fatto ormai il suo tempo e che ha disatteso le aspettative rispetto alla controparte russa relativamente alle assicurazioni a suo tempo (1990) fornite da Genscher a Shevardnadze (tacito accordo che l’espansione ad Est della NATO non avrebbe interessato l’Ucraina).
  • Ricostruire le relazioni strategiche con la Russia basandole sul rispetto reciproco ma senza rinunciare alla difesa dei diritti umani ove essi siano minacciati, senza pero’ strumentalizzarli per creare artificiosi ed ipocriti elementi di contrasto, quando invece con regimi ben più sanguinari si perseguono lucrosi affari ed accordi.
Se non si prenderà il coraggio a quattro mani ammettendo di aver commesso errori madornali negli ultimi venti anni, non vi sarà futuro per il sogno europeo ed i fantasmi di un lontano passato fatto di guerra fame e carestia generalizzata potrebbero ritornare di drammatica attualità a 100 anni esatti dallo scoppio della Prima Guerra Mondiale, l’inutile strage.

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