PROBLEMA SERIO: VIOLENZA ALL’INTERNO DELLE STRUTTURE PROTETTE.

MASSARENTE DIEGO

CSV -Torino

In Parlamento maggioranze ed opposizioni stanno chiedendo al governo un intervento per diminuire i fenomeni di violenza all’interno delle strutture protette (case di riposo; strutture sanitarie, asili ecc.).

Alcuni fatti di cronaca, hanno fatto inorridire l’opinione pubblica e, in alcune strutture, operartori, infermieri, educatori ed insegnanti, spesso si prendono la libertà di aggredire sia fisicamente che psicologicamente le persone a loro affidate.

Aldilà delle ideologie di partito, tutti dovremmo essere d’accordo nel fermare il fenomeno non con la propaganda, bensì con il buon senso.

Il disegno di legge, prevede l’installazione delle telecamere negli istituti; un responsabile antiviolenza e pene severe per chi commette fatti così esecrabili.

La violenza non è mai giustificata e, in ambito di pubblico esercizio (forze dell’ordine, insegnanti, infermieri ed operatori socio sanitari), fa sì che i cittadini perdano fiducia nelle Istituzioni.

Qualcuno negli emendamenti che presenterà parlava di nuove formazioni, di selezione accurata del personale, e valutazione psicologica in itinere. Tutto bellissimo, ma le risorse impiegate sono minime.

Come detto prima gli atti di violenza non sono giustificabili, ma proviamo per un attimo a capire quali sono le cause.

Parliamo del settore socio sanitario.

Spesso un operatore socio sanitario ed un infermiere si trovano a che fare con realtà aziendali, dove per risparmiare, non si trovano i materiali; vengono dimenticati i precetti fondamentali delle missioni di cura e non si tiene conto delle linee guida. Nelle case di riposo troviamo un operatore che deve gestirsi, soprattutto nei turni di notte 30/40 malati. Già qui ci sono tutti i presupposti per non elargire un servizio di qualità.

Le aziende per risparmiare sul personale, creano turnazioni massacranti e, siccome la maggior parte di costoro prendono gli appalti dalle ASL, lavorano con dei badget limitati che non gli permettono di poter investire sulle risorse.

Mettere un responsabile antiviolenza, può essere la soluzione? No, perchè l’azienda lo dovrebbe formare e se già naviga in pessime acque per i badget delle ASL, per formare una figura del genere dovrebbe impiegare risorse per eventuali corsi togliendone per l’acquisto e la manutenzione dei materiali. Il governo metterà a disposizione dei fondi? Sì, ma non bastano a coprire i costi di formazione ( si parla solo di qualche milione di euro).

Le formazioni continue possono fungere da prevenzione? Sì, le linee guida a volte cambiano pertanto un aggiornamento è necessario, ma siamo sempre lì, se l’azienda non ha le coperture per adeguarsi alle linee guida i corsi diventano una perdita di tempo.

Una valutazione psicologica per chi decide di intraprendere un percorso lavorativo del genere e stabilirne le idoneità? Da quando lo psicologo ha la sferaa di cristallo?. Sappiamo tutti che la mente umana è misteriosa e tanti riconosciuti idonei possono , durante il percorso lavorativo avere problemi di burn-out, sempre per la mancanza di risorse, senza poi contare i ricatti occupazionali alla quale si è sottoposti che spesso sfociano in abusi della professione.

Il problema è che, a parte gli infermieri che negli ultimi vent’anni frequentano le università, gli operatori socio sanitari vengono formati in ambito regionale, ed ogni regione, se la canta e se la suona un po’ a modo suo. Infatti la categoria socio sanitaria non ha ancora chiare quali siano le sue competenze.

Questo può creare aspettative all’operatore che poi sul lavoro vengono disattese.

Una proposta sensata poteva essere il rivedere le formazioni? Sì ma come?

Tutte le attività che riguardano assistenza e cura devono diventare di competenza esclusiva del MIUR, affinché il programma di studio venga deciso a livello centrale e, per i nuovi candidati, portare il corso a tre anni dopo il biennio di scuola superiore.

Esistono già Istituti superiori come “tecnico dei servizi socio sanitari”? Bene, dopo il biennio comune per tutti, si può intraprendere una percorso formativo che, dilazionato in tre anni, da a chiunque la possibilità di studiare ed apprendere con calma le ABC teoriche della professione. Il corso OSS prevede dei periodi di stage nelle strutture che, possono essere spalmati nei tre anni. Vantaggi? Il periodo di stage non sarà più di tre settimane, ma di mesi, quindi aumento della consapevolezza; a fine corso avremo ragazzi di 18/19 anni di pronto impiego.

Per “le vecchie scuole”, ogni lavoratore potrebbe essere obbligato ad integrare quello che manca come esami per le equipollenze.

Un’altra cosa sensata, al posto di creare figure che non servono, potrebbe essere responsabilizzare le ASL che accreditano le aziende. Come? Inserendo un commissario dell’ASL all’interno delle aziende socio sanitarie che si occupi di controllare che il servizio sia di qualità. Poi cosa importante, se all’interno delle aziende esiste questo commissario, qualora si verificano atti di violenza sarà lui in veste di pubblico ufficiale a fare rapporto agli organi competenti.

Le telecamere sono un deterrente? Nì. Perchè per una questione di privacy non possiamo mettere le video sorveglianze nei bagni, ma solo nei luoghi comunemente frequentati. Le privacy, possono essere violate su richiesta della magistratura. Quindi?

Torniamo alla presenza necessaria di un commissario ASL.

Sono solo proposte di chi in quel settore ci lavora. L’ente pubblico è vero che ha le sue commissioni di vigilanza, ma spesso si dimentica della struttura sino al rinnovo degli appalti.

La presenza di un commissario serve a valutare il rispetto delle linee guida e non solo, anche a verificare che i lavoratori ricevano il compenso pattuito in sede contrattuale. In altre parole mettiamo le persone in condizione di non delinquere. La violenza non è mai giustificata, ma se venissero adottate certe misure, chi delinque dovrà essere punito con il massimo del rigore perché non si avranno più scuse.

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